| Il cane: simboli del mito e delle religioni |
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| Scritto da Francesca Ralli |
| Martedì 14 Ottobre 2008 20:30 |
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di Francesca Ralli Sembra un pessimo termine, ma impariamo ad “utilizzare” il cane come mezzo per conoscerci a fondo e decidere di cambiare. In tutte le mitologie il cane (Anubis, T’ien-k’uan, Cerbero, Xolotl, Garm, ecc...) è sempre associato alla morte, agli inferi, al mondo sotterraneo, ai regni invisibili governati dalle divinità ctonie o seleniche. Il simbolo sembrerebbe legato alla trilogia degli elementi (terra, acqua, luna) di cui si conosce il significato occulto, femminile, vegetativo, sessuale, divinatorio tanto per il concetto di inconscio quanto per quello di subconscio. La prima funzione mitica del cane, universalmente documentata è quella di psicopompo: è la guida dell’uomo nella notte della morte, dopo essere stato il suo compagno nel giorno della vita. Il cane ha prestato il volto a tutte le grandi guide delle anime, a tutti i punti di riferimento della nostra cultura occidentale. I cinocefali, così numerosi nell’iconografia egizia, hanno il compito di imprigionare o distruggere i nemici della luce e di sorvegliare le porte dei luoghi sacri. Presso i Germani, un cane terribile, detto Garm, sorveglia l’ingresso del Niflheim, il regno dei morti, il paese dei ghiacci e delle tenebre. Gli antichi messicani allevano una particolare razza di cani, destinati ad accompagnare e guidare i morti nell’aldilà: con il cadavere veniva sepolto un cane del colore del leone (cioè del sole) che accompagnava il defunto come Xoltl, il dio cane, aveva accompagnato il sole durante il viaggio sulla terra. Oppure il cane veniva sacrificato sulla tomba del padrone per aiutarlo, al termine del suo lungo viaggio, ad attraversare i nove fiumi che impedivano l’accesso alla “dimora eterna dei morti, Chocomemictlan, il nono cielo”. Ancora oggi nel Guatemala, gli indiani Lacandones depongono ai quattro angoli delle tombe quattro figurine di cane fatte di foglie di palma. La tredicesima e ultima costellazione dell’antico Zodiaco messicano è la costellazione del cane, che introduce a idee di morte, di fine, di mondo sotterraneo ma anche di iniziazione, di rinnovamento, perché, secondo il verso del Nerval: “la tredicesima ritorna...è di nuovo la prima”. In Persia e Battriana, si gettavano ai cani i morti, i vecchi e i malati; a Bombay, i Parsi mettono un cane accanto al moribondo, in modo che l’uomo e l’animale si guardino negli occhi; se una donna muore di parto le pongono accanto due cani, perché occorre assicurare il viaggio di due anime. Sul mitico ponte di Cinvat, dove gli dei puri e gli dei impuri si contendono le anime, i giusti sono guidati verso il paradiso dai cani che sorvegliano il ponte insieme agli dei puri. Presso gli Irochesi, il cane è anche un messaggero intercessore: ogni anno, in occasione delle feste per l’anno nuovo, era tradizionalmente sacrificato un cane bianco: questo sacrificio costituiva il momento centrale della festa. Il cane era in effetti un messaggero che si affrettava a recarsi in cielo per portarvi le preghiere degli uomini. Infine la sua conoscenza dell’aldilà (come dell’aldiqua) fa si che il cane sia spesso presentato come eroe civilizzatore, più spesso signore o conquistatore del fuoco e anche come antenato mitico, arricchendo così il suo simbolismo di un significato sessuale. I Bambara lo paragonano al membro virile che, eufemisticamente, indicano anche con la parola cane; secondo Zahan questa associazione deriverebbe dall’analogia stabilita tra la collera della verga, l’erezione dinanzi alla vulva e l’abbaiare del cane davanti allo straniero; deriverebbe anche dall’avidità sessuale dell’uomo, che in questo campo equivale alla fame del cane. Miti turco-mongoli riferiscono di donne fecondate dalla luce sotto la forma di un cane giallo, che si può collegare al cane color leone, eminentemente solare, degli Aztechi. Cani e lupi sono posti all’origine di diverse dinastie turche e mongole e degli amerindi. Il cane simbolo dell’appetito sensuale, della sessualità e della gelosia, si ritrova nel Tibet: “chi vive come un cane, insegna il Buddah, quando il corpo si dissolverà dopo la morte, andrà con i cani” (Majjhima-nikaya, 1,387). Quasi tutti i popoli arabi disprezzavano i cani, ma per curiosa eccezione, i nomadi lo ritenevano un animale sacro, un dono di Allah, e perciò lo allevavano con pari cura a quella che gli arabi dedicavano ai cavalli. In Giappone il cane è in genere considerato favorevole, compagno fedele, la sua effigie protegge i bambini e facilita il travaglio del parto. In Cina esso accompagna gli immortali nella loro apoteosi: il Grande Venerabile, apparso sul monte T’ai-che durante il regno dell’imperatore Wu degli Han, teneva al guinzaglio un cane giallo; il cane di Han-Tze divenne rosso come il cane celeste, gli spuntarono le ali e ottenne l’immortalità; l’alchimista Wei-Po-Yang salì al cielo insieme al suo cane. In Cina, nel corso del dominio millenario di ben dieci dinastie, regnarono indisturbati nella Città proibita i Molossi tibetani -da cui discendono Mastini e Chow-Chow- che oggi sopravvivono solo come guardiani di pietra dei palazzi imperiali. Nella tradizione ebraica Dio dona ad Abele un cane per amico e uno dei libri della saggezza ariana, l'Avesta, esorta gli uomini ad amarlo e proteggerlo. In Israele vengono dati nomi di animali ai bambini, per farli godere delle qualità dell’animale prescelto (Lea, antilope; Giona, piccione; Debora, ape...) un nome molto importante è Simeone (Lupo e Iena) che è anche il nome attribuito a Simeone.
Tratto dalla "Tesi finale del 1° anno del Corso intensivo biennale in Psicologia della Comunicazione - Le barriere della comunicazione" di Francesca Ralli. Puoi contribuire allo sviluppo del DTG, scaricando e completando il questionario e inviandolo successivamente a Francesca Ralli (l'indirizzo e-mail lo trovi nel file). |
| Ultimo aggiornamento ( Martedì 14 Ottobre 2008 21:20 ) |



Il lavoro sul se attraverso gli animali, primo tra tutti il cane, per i motivi esplorati dalla ricerca, inizia proprio recuperando le antiche religioni di tutto il mondo. Mi è sembrato un percorso interessante, perché se da sempre il cane ritorna, come vedremo, come simbolo di cambiamento, è utile comprendere quanto poco lo osserviamo e conosciamo noi stessi da rimanere ancorati alla barriera del “falso preconcetto”, allo stereotipo del “Rin Tin Tin” o del “Cane Rex”.