| Simboli occidentali |
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| Scritto da Francesca Ralli |
| Venerdì 07 Novembre 2008 02:41 |
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Romolo e Remo vengono allattati da una lupa. Dunque anche Roma, Impero e dominio del mondo, cresce con il latte di un cane: “sotto il fico stavano i bambini, quando la lupa veniva ad allattarli” (Plutarco, vita di Romolo,4). I latini chiamavano lupa sia le femmine dei lupi, quanto le donne prodighe delle loro grazie, quale la moglie di Faustolo, che allattò, secondo un’altra leggenda, i due gemelli. di Francesca Ralli La lupa capitolina, originariamente etrusca e creata senza i gemelli, rappresenta simbolicamente la madre nutrice, con la raffigurazione scultorea in bronzo di una lupa con le mammelle gonfie esposte in maniera assai appariscente. La femmina del cane (lupo) è sempre stata considerata come particolarmente temibile e la sua immagine, collocata nei templi o nelle tombe, svolgeva un ruolo apotropaico. Presso gli egiziani è da annoverare l’importanza suprema attribuita ad Anubis, il dio sciacallo (cane), lo spaventoso messaggero dei celesti e degli inferi, che leva alta la faccia ora nera, ora color oro ed erige l’alto collo di cane. Nella sinistra agita il caduceo, nella destra una verde palma che simboleggia la vittoria che il dio psicopompo ottiene sulla morte. Anubis è assimilato a Mercurio: come il suo omologo romano indossa la clamide e porta i sandali alati Anubis esprime il suo potere sul soffio vitale, sull'energia, sulla materia; pone sotto il capo del defunto l'ipocefalo che come fiamma divina trasforma il cadavere in essere vivente ed al corpo così purificato sostituisce l'odore della carne decomposta con quello dell'incenso e della mirra. Ra pone sul volto della salma una maschera d'oro segno della vita rigenerata, simbolo dell'imperituro e che esprime lo splendore della vita divina ed Iside cura che il defunto rinnovi la sua vita per mezzo dell'oro interiore insito in ogni uomo. Nel mondo greco-romano il cane è valorizzato nella sua funzione di cacciatore (predatore) dove è ausiliario indispensabile degli dei. La muta di Artemide cacciatrice è cantata dal poeta Callimaco “ a te il barbuto (Pan) dette due cani bianchi per metà, tre rossicci e uno a macchie; cani che perfino al covile i leoni ancora vivi, all’indietro riversi, sanno trarre, con le zanne piantate nella gola. Sette cagne ti dette Cinosuridi (Grecia) più veloci del vento, rapidissime cerbiatte a rincorrere i cerbiatti e la lepre che non chiude mai gli occhi e a segnalare dove ha il giaciglio i cervo e i covi l’istrice e a guidare le orme del capriolo...” Otro è il cane del gigante Gerione di cui sorveglia il bestiame e, per rapirgli i buoi, Eracle deve combattere e uccidere il cane. Il Campidoglio era guardato da cani anche se essi fallirono la missione all’arrivo dei Galli e furono sostituiti dalle oche. Psicopompo come Ermes, il cane possiede all’occasione delle qualità mediche e infatti nella mitologia greca lo si ritrova fra gli attributi di Asclepio (L’Esculapio dei Latini), eroe e dio della medicina (Grid).Tale funzione è attribuita al cane poichè la leggenda narra che il piccolo Asclepio, nato clandestinamente ed esposto alla montagna, fu salvato da un cane, la cui leccata è considerata benefica e guaritrice. Il cane è guardiano degli inferi con Plutone, Ercole o Giove; diviene il compagno degli dei psicopompi Sucello e Silvano. Vulcano, Dio dell'Olimpo greco-romano, forgiò nel fuoco un cane e gli trasfuse la vita per donarlo a Giove. Questi lo regalò quale pegno d'amore a Europa, che lo lasciò in eredità a Minosse. Divenuto re dell'inferno, Minosse portò con se il fedele amico che da allora in poi fu Cerbero, il cane con tre teste e coda di drago, guardiano dell'oltretomba e simbolo del male. In Gallia esso viaggia con Nehalenna, dea tutelare di coloro che passano dai Paesi Bassi in Britannia; numerose figurine rappresentano la dea madre con il cane sulle ginocchia; Sequana, divinità delle fonti della Senna, si vede offrire un cane dai devoti riconoscenti. Rapire il cane Cerbero dal Tartàro è la Dodicesima impresa di Ercole voluta da Euristèo. Per poter superare questa sovrumana fatica Ercole dovette chiedere aiuto a suo padre Zeus, che comandò ai suoi figli Atèna (Minerva) ed Èrmete (Mercurio)di accompagnare ed aiutare l'eroe in questa difficilissima impresa. Ercole venne traghettato da Caronte sul fiume Stige e le anime dei trapassati, vedendo un essere vivente fuggirono atterrite eccetto i fantasmi di Medusa e di Meleagro al quale l'eroe promise che avrebbe sposato sua sorella Deianira. Durante il suo viaggio nel mondo dei morti Ercole incontrò il Signore degli inferi, il dio Ade (Plutone), fratello di Zeus, e gli chiese il permesso di portar via il cane Cerbero. Il Dio acconsentì a patto che venisse catturato a mani nude e che fosse riportato subito dopo negli inferi. L'eroe trovò il cane davanti alle porte del fiume infernale Acheronte e subito lo afferrò per la gola dalla quale fuoriuscivano tre orrende e ringhianti teste ricoperte di serpenti. La coda irta di aculei scattò per colpire, ma Èrcole protetto dalla pelle del leone di Nemea, non mollò la presa, finché Cerbero quasi soffocato si arrese. Aiutato dalla dea Atena (Minerva) l'eroe attraversò l'altro fiume infernale Stige e trasportò Cerbero davanti a Euristèo che ancora una volta corse a nascondersi dentro la giara di bronzo che ormai era diventata il suo rifugio preferito. Infine Ercole riportò Cerbero nell'Èrebo e dopo quest'ultima fatica fu libero da ogni impegno con Euristèo. Tratto dalla "Tesi finale del 1° anno del Corso intensivo biennale in Psicologia della Comunicazione - Le barriere della comunicazione" di Francesca Ralli. Puoi contribuire allo sviluppo del DTG, scaricando e completando il questionario e inviandolo successivamente a Francesca Ralli (l'indirizzo e-mail lo trovi nel file). |
| Ultimo aggiornamento ( Venerdì 07 Novembre 2008 02:49 ) |


