| Le radici: dalla Fedeltà al Padrone |
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| Scritto da Cinomania |
| Venerdì 16 Maggio 2008 01:09 |
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Tratto da "E l'uomo incontrò il cane" di Konrad Lorenz
II CAPITOLO
Questa seconda radice è più forte in tutti i cani di discendenza lupina che non nei discendenti dallo sciacallo, poiché nella vita del lupo la coesione del branco ha assai maggiore importanza. Se si prende un cucciolo di una specie canina non addomesticata e lo si alleva nella famiglia umana come un cane di casa, ci si può facilmente convincere che l’attaccamento giovanile dell’animale selvatico corrisponde esattamente a quei legami sociali che la maggior parte dei nostri cani domestici conservano per tutta la vita con i loro padroni. Il nostro lupacchiotto è pauroso, si nasconde volentieri negli angoli bui, è molto riluttante ad attraversare uno spazio libero, tenta facilmente di mordere se un estraneo lo accarezza: è, dalla nascita, un Angstbeisser, un animale che morde per paura, ma col padrone si comporta in tutto e per tutto come un cucciolo di cane, anche per quanto riguarda l’attaccamento. Se si tratta di una piccola femmina, che di regola, in libertà, riconoscerebbe nel lupo maschio, capo del branco, l" autorità superiore ‘, un educatore molto dotato può riuscire, in determinate circostanze, a sostituirlo in tale ruolo, assicurandosi in tal modo l’affetto duraturo dell’animale. Ma se si tratta di un maschio, il padrone va di regola incontro ad amare delusioni. Infatti, non appena l’animale è completamente adulto, rifiuta ad un tratto l’ubbidienza all’uomo e si rende indipendente. Non diventa cattivo col padrone, lo tratta anzi come un amico, ma non certo come un temuto signore. Talvolta può arrivare al punto di volerlo soggiogare, autopromuovendosi a capo del branco. E se si considera quanto sia pericolosa la dentatura del lupo, si capirà come la cosa non sempre si risolva in maniera incruenta.
A quella stessa età perse ogni desiderio di accompagnarmi nelle mie quotidiane passeggiate e se ne scappava via senza badare affatto ai miei richiami. Ciò nonostante, devo ripeterlo, il suo atteggiamento verso di me era del tutto amichevole e ogni volta che ci incontravamo mi salutava allegramente con tutto il cerimoniale tipico dell’affettuosità canina. Da un animale selvatico, infatti, non ci si deve mai aspettare che tratti l’uomo altrimenti di come farebbe con un suo conspecifico. Il dingo mi dimostrava la stessa cordialità che un animale adulto della sua razza ha per un suo pari, solo che, appunto, non vi era in lui nei miei riguardi alcuna traccia di sottomissione e di ubbidienza. Contrariamente a quanto avviene per questi cani selvatici, tutti quelli a più alto grado di addomesticamento che, come avremo ancora occasione di vedere, hanno prevalentemente sangue di sciacallo, si comportano per tutta la vita verso l’uomopadrone esattamente come i cuccioli dell’altro tipo con l’animale più anziano del loro branco. Come quasi tutti i tratti del carattere, anche il persistere dell’atteggiamento infantile può essere una qualità o un difetto. Cani che ne siano totalmente privi possono essere interessanti sul piano della psicologia animale per la loro indipendenza, ma al padrone non danno molte soddisfazioni. In età più avanzata possono, in determinati casi, diventare persino pericolosi; infatti, mancando della tipica sottomissione canina, ‘ non trovano nulla di male ‘ nel malmenare brutalmente o anche mordere un uomo, esattamente come farebbero con un animale loro pari. Sebbene, come già abbiamo detto, la vera fonte della fedeltà al padrone sia, per la maggior parte dei cani domestici, il perdurare dell’attaccamento infantile, quando questo è eccessivo può anche condurre a conseguenze opposte: tali bestie restano innegabilmente devote al padrone... ma anche a chiunque altro!
Di un’altra natura è l’attaccamento e la fedeltà di quelle razze che hanno nelle vene sangue lupino. In luogo del persistente attaccamento infantile che distingue soprattutto i nostri comuni cani domestici, discendenti dallo sciacallo dorato, prevale in quelli una fedeltà virile. Mentre lo sciacallo è in sostanza un animale selvatico stanziale e si nutre principalmente di carogne di animali, il lupo è un predatore quasi puro e nella caccia, specialmente quando si tratta di selvaggina grossa, deve poter contare sulla solidarietà dei compagni di branco. Per soddisfare le sue notevoli esigenze alimentari un branco di lupi è costretto a superare grandi distanze. Durante queste migrazioni deve mantenersi ben compatto per poter sopraffare le prede più grosse. Una rigida organizzazione sociale, una perfetta ubbidienza al capo del branco e una assoluta solidarietà nella lotta contro gli animali più pericolosi sono le condizioni preliminari per il successo nella precaria esistenza dei lupi. Ciò spiega la già accennata differenza di carattere fra i cani aureus, discendenti dallo sciacallo e quelli di origine lupina; i primi vedono nel padrone il genitore, i secondi il capo del branco; quelli sono infantilmente devoti, questi hanno una fedeltà, per così dire, ‘ da uomo a uomo ‘. È molto singolare osservare come nasce e si evolve il legame affettivo di un cucciolo di razza lupina con una determinata persona. Il passaggio, dall’attaccamento infantile al genitore, alla fedeltà del cane adulto è evidentissimo anche quando, nella famiglia umana, il cane cresce isolato dai suoi simili e ‘ genitore ‘ e ‘ capo branco ‘ si identificano nella stessa persona. Il processo è molto simile a quello che induce l’uomo adolescente, al tempo della pubertà, a staccarsi dalla famiglia e ad andare per la sua strada, seguendo i propri ideali. Anche nell’uomo l’impegno verso questi nuovi ideali rappresenta un fenomeno unico nell’esistenza : guai all’adolescente che in questo periodo formativo dà il suo cuore a false divinità! Nei cani lupini il periodo in cui l’animale si affeziona per sempre a un determinato padrone cade verso il quinto mese. Non averlo saputo mi è costato una volta molto caro. La nostra prima cagna chow l’avevo acquistata come dono di compleanno per mia moglie. Per non togliere nulla alla sorpresa, affidai l’animale alle cure di una parente fino al fatidico giorno. Cosa del tutto imprevista, bastò quella settimana perché la fedeltà della bestiola — che toccava appena i sei mesi — si fissasse su mia cugina, e ciò naturalmente tolse al regalo molto del suo valore. Infatti, sebbene la signora venisse raramente a casa nostra, la cagnetta, di temperamento appassionato, vedeva in lei e non in mia moglie la sua padrona. Ancora dopo parecchi anni sarebbe stata disposta ad abbandonarci per seguire mia cugina. dagni), in breve, chiunque prendesse in mano il guinzaglio era l’amato padrone. La mia cagna Stasi, uno dei miei incroci fra chow e cane da pastore, riuniva nel suo comportamento, in forma quanto mai felice, la forte componente dell’attaccamento infantile propria dell’eredità aureus con la fedeltà esclusiva dei suoi antenati di sangue lupino. Nata agli inizi della primavera del 1940, Stasi aveva sette mesi quando la scelsi a mio cane e presi ad addestrarla. Sia nell’aspetto che nel carattere si fondevano in lei i tratti del pastore tedesco e quelli del chow: per l’appuntito musetto da lupo, l’ampio arco zigomatico, il taglio obliquo degli occhi, le orecchie piccole e pelose, la coda corta, ritta, coperta di splendido pelo, ma soprattutto per i movimenti elastici, assomigliava moltissimo a una lupacchiotta, mentre nel fiammeggiante rossooro del mantello si rivelava chiaramente la sua eredità dall’aurata. Ma la cosa più ‘ d’oro ‘ in lei era il carattere: con straordinaria rapidità assimilò i princìpi fondamentali dell’educazione canina, come camminare al guinzaglio, stare al piede, fare la cuccia; pulita in casa e mansueta con i volatili lo era, si può dire, per natura, così che non fu affatto necessario insegnarle queste qualità. Il mio legame con Stasi fu interrotto dopo appena due mesi, quando accettai la cattedra di psicologia all’università di Kònigsberg. Quando a Natale tornai a casa per una breve vacanza, Stasi mi accolse ebbra di gioia e mostrò subito che il suo grande amore per me era del tutto immutato. Ricordava ancora benissimo tutto ciò che le avevo insegnato, insomma era sempre quel bravo e simpatico cane che avevo lasciato tré mesi prima.
Quando finalmente la solita carovana si mise in moto, con bambini, carriola e bagagli, a distanza di forse venti metri la seguiva un cane dall’aspetto strano, con la coda fra le gambe, il pelo arruffato e gli occhi stravolti. Alla stazione tentai un’ultima volta di prenderla, inutilmente. Quando salii sul treno. Stasi se ne stava ancora lì, a distanza di sicurezza, nella posa minacciosa del cane ribelle, continuando a fissarmi. Infine il treno si mise in moto e Stasi era sempre immobile al suo posto; soltanto quando il convoglio cominciò a prendere velocità il cane scattò fulmineamente in avanti, corse lungo il treno e infine vi saltò sopra, tre carrozze più avanti di quella sul cui predellino io ero rimasto per impedirle di raggiungermi. Corsi avanti sul treno, afferrai Stasi per la collottola e la gettai giù. La bestia cadde bene sulle zampe, senza capriole. Poi si arrestò, non più in posa minacciosa, ma fissando immobile il treno fin quando potè vederlo. Presto mi giungerono a Kónigsberg notizie inquietanti. Stasi aveva fatto strage di galline presso i vicini, aveva scordato ogni regola di pulizia, si aggirava per i dintorni senza pace e non ubbidiva più a nessuno, tanto che alla fine fu necessario chiuderla nel recinto. Là se ne stava, sulla nostra terrazza dei tigli, in solitudine, chiusa nel suo dolore. Solitaria però soltanto per quanto riguardava la compagnia umana, dal momento che divideva la elegante dimora col dingo di cui ho già parlato. Alla fine di giugno tornai ad Altenberg e per prima cosa andai a cercare Stasi. Quando salii la scala che portava alla terrazza, i due cani si diressero furiosi verso di me, furiosi come possono esserlo solo animali da lungo tempo rinchiusi o tenuti alla catena. All’ultimo gradino mi arrestai e rimasi immobile. Le due bestie facevano grandi salti contro il recinto, abbaiando e ringhiando nella mia direzione. Mi chiedevo quando sarebbero stati in grado di riconoscermi, soltanto per mezzo della vista in quanto il vento spirava nella mia direzione e non potevano quindi aver sentito ancora il mio odore. Ma i cani non mi riconoscevano. Dopo un bel po’ Stasi, improvvisamente, percepì nell’aria il mio odore e, nel bel mezzo di un attacco di furia, restò come pietrificata, rigida come una statua. La criniera era ancora arruffata, la coda bassa, le orecchie appiattite all’indietro: soltanto le narici erano d’un tratto spalancate ad accogliere il messaggio portato dal vento. Poi il pelo si abbassò, tutto il corpo dell’animale fu percorso da un lungo brivido, le orecchie si raddrizzarono. Mi aspettavo che ora Stasi mi assalisse in un impeto di gioia frenetica; nulla di tutto ciò. Un dolore così grande, capace di sconvolgere la sua personalità fino a far dimenticare per molti mesi, a lei ch’era il migliore di tutti i cani, ogni regola e ogni abitudine, portandola a una vera e propria nevrosi, un simile dolore non poteva dissolverei totalmente nel giro di pochi secondi. D’improvviso la bestia si piegò sulle zampe posteriori, levò la testa in alto, il naso volto verso il cielo, e infine il tormento della sua anima canina esplose, trovando sfogo nei suoni così terrificanti e pur così belli e commoventi dell’ululo del lupo. Ululò a lungo, ma poi mi fu addosso come un uragano, e io mi trovai, per così dire, avvolto in un turbine di furiosa gioia canina. Stasi saltava fino all’altezza delle mie spalle e mi strappava quasi i panni di dosso, lei, così riservata e poco amante delle manifestazioni esteriori, lei che abitualmente si limitava a salutarmi con pochi colpi di coda, lei per cui il massimo della tenerezza era posare la testa sulle mie ginocchia. Stasi, sempre così silenziosa, fischiava ora come una locomotiva per l’eccitazione, urlava con suoni acutissimi, con maggior forza di quanto non avesse ululato prima. Poi, di colpo, mi lasciò e corse alla porta del recinto e lì si fermò, guardandomi al di sopra della spalla e chiedendomi scodinzolando di poter uscire. Le pareva del tutto naturale che con il mio arrivo anche la sua prigionia fosse finita e tutto tornasse al suo normale ritmo quotidiano. Fortunato animale, invidiabile robustezza di un sistema nervoso! Una volta rimossa la causa, il trauma non aveva lasciato in lei alcuna traccia che non potesse essere completamente eliminata con trenta secondi di ululati e una danza di gioia della durata di un minuto. Mia moglie vide Stasi arrivare con me e gridò spaventata: "Mio Dio, le galline!" . Ma Stasi non degnava più le galline di un solo sguardo. Quando la sera la portai in camera con me fu pulitissima come era sempre stata. Tutto ciò che le avevo insegnato tanto tempo prima lo aveva gelosamente conservato nella memoria per tutti quei mesi segnati dalla più grande infelicità che possa colpire un cane. Quando si avvicinò nuovamente il momento di fare le valigie. Stasi divenne silenziosa e triste e non si staccava più dal mio fianco. Quel periodo costò alla povera bestia giornate nerissime, solamente per il fatto che non comprendeva le parole umane. Perché, naturalmente, avevo deciso che questa volta l’avrei portata con me. Poco prima della mia partenza Stasi, come la prima volta, si era ritirata in giardino, con l’evidente intenzione di seguirmi anche contro la mia volontà. La lasciai fare; soltanto quando uscii di casa per andare alla stazione le rivolsi lo stesso richiamo che sempre usavo per invitarla a seguirmi. Di colpo comprese la situazione e cominciò a saltarmi intorno pazza di gioia. Solo per pochi mesi le fu concesso di seguire il suo padrone; il 10 ottobre 1941 fui infatti richiamato alle armi e dovetti partire. Si ripetè la stessa tragedia di un anno prima ad Altenberg. Ci fu tuttavia una differenza; questa volta Stasi fuggì via, si rese completamente indipendente e per oltre due mesi scorrazzò nei dintorni di Kónigsberg come un animale selvatico. Ne combinò di tutti i colori, tanto che immagino fosse lei quella misteriosa ‘ volpe ‘ che nella Càcilienallee depredò la conigliera di uno stimato collega. Soltanto dopo Natale Stasi ritornò da mia moglie, ridotta pelle e ossa e con una grave infiammazione purulenta agli occhi e al naso. Quando fu guarita, non rimanendo altra scelta, fu portata al giardino zoologico dove fu sposata a un gigantesco lupo siberiano; ma purtroppo l’unione rimase senza prole. Alcuni mesi più tardi — io ero allora neurologo nell’ospedale militare di Posen — la ripresi con me. Ma quando nel giugno del 1944 fui mandato al fronte, portammo Stasi con i suoi sei cuccioli nel giardino zoologico di Schónbrunn. Lì, pochi giorni prima della fine della guerra, fu uccisa da una bomba. Ma uno dei suoi cuccioli era stato portato ad Altenberg, presso i nostri vicini, ed è da lui che discendono tutti i cani del nostro allevamento. Stasi ha potuto trascorrere meno della metà dei suoi sei anni di vita accanto al suo padrone, e tuttavia è stato il più fedele di tutti i cani che io abbia mai conosciuto.
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L’attaccamento di un cane nasce da due fonti istintuali fondamentalmente diverse. Soprattutto nelle nostre razze europee esso è in gran parte conseguenza di quei vincoli che legano il cucciolo selvatico ai suoi genitori, vincoli che però nell’animale domestico permangono come manifestazione parziale di un generale infantilismo. L’altra radice dell’attaccamento è nella fedeltà che lega il cane selvatico alla figura del capo branco, ma anche nell’affetto personale che unisce fra di loro i compagni di branco.
Esperienze molto simili ebbi occasione di fare con il mio dingo. Non che fosse ribelle, nè che abbia mai tentato di mordermi; tuttavia, quando ebbe raggiunto la piena maturità trovò una maniera quanto mai singolare per rifiutarmi ubbidienza. Da cucciolo il suo comportamento non era stato per nulla diverso da quello di un cane domestico. Se aveva combinato qualche guaio e ne era stato punito, si vedeva benissimo dal suo atteggiamento che aveva la coscienza sporca, tanto è vero che cercava in tutti i modi di placare il padrone mendicandone le carezze. Ma quando ebbe un anno e mezzo, continuava ancora ad accettare le punizioni senza obiettare, cioè senza ringhiare o rivoltarsi, però a faccenda conclusa si scuoteva tutto e cominciava a scodinzolarmi intorno amichevolmente mostrando una gran voglia di giocare, insomma era chiaro che la punizione non aveva per nulla influito sul suo umore e neppur lontanamente gli impediva di tentare ancora una volta di ammazzare una delle mie belle anitre.
Una volta ho paragonato questo carattere canino a quello di certi bambini viziati che chiamano ‘ zio ‘ qualunque uomo vedano per casa e impongono le loro testimonianze d’affetto al primo estraneo che capita, con una confidenza priva di qualsiasi discrezione. Ciò non significa che l’animale non riconosca il padrone, no, al contrario, ogni volta è sinceramente contento di rivederlo, ma immediatamente dopo è pronto ad andarsene con il primo che passa, basta che gli si rivolga con gentilezza o giochi con lui. Ricordo che da bambino ebbi una volta in dono da un parente pieno di buone intenzioni ma assai poco competente in fatto di animali, un bassotto, la vera caricatura di un cane. Kroki, così si chiamava la bestiola, di tutte le creature viventi che si potevano acquistare era forse davvero quella che più somigliava al coccodrillo che mi era stato regalato in precedenza, ma che non avevo potuto tenere per mancanza del necessario impianto di riscaldamento. Era un cane posseduto da uno straripante amore per tutto il genere umano; purtroppo gli era perfettamente indifferente chi di volta in volta stesse a rappresentarlo. Dopo avere, all’inizio, faticato non poco a recuperare ogni volta l’infedele bestiola da tutte le case in cui andava a cacciarsi, ci rassegnammo e lasciammo Kroki in eredità a una cugina amante dei cani, che abitava a Grinzing. Là Kroki condusse una singolare esistenza tutt’altro che canina; dormiva ora in casa dell’uno, ora in casa dell’altro, venne rubato e rivenduto più volte (probabilmente si trattava sempre dello stesso ladro, a cui la bestiola di animo tanto affettuoso apportava lauti guaper questi cani selvatici, tutti quelli a più alto grado di addomesticamento che, come avremo ancora occasione di vedere, hanno prevalentemente sangue di sciacallo, si comportano per tutta la vita verso l’uomopadrone esattamente come i cuccioli dell’altro tipo con l’animale più anziano del loro branco.
Ma quando mi preparai a ripartire vi furono delle scene addirittura tragiche. Prima ancora che cominciassi a fare le valigie, Stasi si mostrò estremamente depressa e non si scostava un attimo dal mio fianco. Appena uscivo da una stanza scattava nervosamente e pretendeva di accompagnarmi persino in quel certo posticino. Quando poi il bagaglio fu pronto, il dolore di Stasi crebbe fino alla nevrosi : non mangiava più, il respiro s’era fatto corto, irregolare, interrotto da sospiri profondi. Il giorno della partenza decidemmo di rinchiuderla, per evitare che tentasse di seguirmi. Ma Stasi si era ritirata in giardino; il più fedele dei miei cani mi negava ubbidienza quando la chiamavo. Tutti i tentativi di prenderla fallirono.