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Fra i cani da circo capaci di complicatissimi giochi di bravura che presuppongono una grande capacità di apprendimento, solo in pochissimi casi si trovano cani di razza; non certo perché un bastardo costi meno, anzi, per cani da circo dotati di talento si pagano cifre astronomiche, ma piuttosto grazie a quelle particolari qualità psichiche che sono determinanti per il cane artista. Oltre al livello più alto di intelligenza e di capacità di apprendimento, sono soprattutto il minore ‘ nervosismo ‘ e la migliore attitudine a sopportare le tensioni, propri del cane bastardo, a rendere possibili prestazioni qualitativamente superiori. Non è quindi un caso che la più bella descrizione dell’animo canino, “Cane e padrone” di Thomas Mann, riguardi un bastardo, un cane da pollaio.
Tratto da "E l'uomo incontrò il cane" di Konrad Lorenz VI CAPITOLO Dei miei cani uno soltanto era veramente di razza pura, un vero esemplare da esposizione, un cane da pastore di nome Bindo. Era indubbiamente un tipo nobile, un cavaliere senza macchia e senza paura, ma in quanto a finezze di sentire e a complessità di vita psichica non stava certo alla pari con la mia cagna da pastore Tito, figlia dei boschi e dei prati, senza l’ombra di un pedigree. Il mio bulldog francese possedeva, è vero, un albero genealogico, ma era decisamente un prodotto di scarto : era troppo grosso, il cranio e le gambe erano troppo lunghi, il dorso troppo dritto — e nonostante ciò sono convinto che nessun premiato campione di quella razza avrebbe mai potuto possedere le qualità d’animo del mio Bully. È triste ma innegabile che una accurata selezione di caratteri fisici non è conciliabile con una selezione di caratteri psichici. Gli esemplari che rispondono a tutte le esigenze in entrambi i campi sono troppo rari per poter fondare solo su di loro la continuazione di una razza. Come io non conosco un solo scienziato veramente di genio che sia anche un Apollo, o una donna che incarni la bellezza ideale e sia dotata di un’intelligenza più che mediocre, così non conosco alcun campione di una qualsiasi razza canina che vorrei avere come mio cane. Con ciò non voglio dire che questi due diversi ideali si escludano necessariamente a vicenda: non si vede perché un cane di razza eccezionalmente bello non potrebbe essere dotato anche di eccezionali qualità psichiche; ma ciascuno di questi ideali è già di per sé abbastanza raro perché non sia estremamente improbabile trovarli riuniti in un unico soggetto. Anche se un allevatore si pone come compito una severissima selezione da entrambi i punti di vista, in pratica non potrà fare a meno di scendere a dei compromessi. Così, si cominciò a separare quella che è l’estetica dell’animale dalle sue prestazioni, esattamente come si fa per i piccioni viaggiatori, coi quali si arrivò veramente a creare due razze diverse. Nell’allevamento del cane da pastore tedesco mi pare si sia già sulla buona strada per giungere a una separazione dello stesso genere.
Nei tempi andati, quando il cane era ancora prevalentemente un animale utile e la moda non aveva l’importanza che ha assunto oggigiorno, non esisteva il pericolo che nella scelta degli animali d’allevamento le qualità psichiche venissero trascurate. D’altra parte, anche in una selezione il cui criterio esclusivo sia l’utilità, possono sempre affiorare difetti psichici. Ad esempio un grande conoscitore di cani, che stimo molto, ritiene che la mancanza di fedeltà di certi segugi sia proprio da far risalire a questo. Indubbiamente tali razze vengono in primo luogo selezionate in base alla particolare finezza dell’olfatto; però è perfino possibile che si sia operata una selezione sulla base della mancanza di fedeltà al padrone : oggi. si sa, vi sono cacciatori privi di senso sportivo, talvolta anche guardie forestali, che spesso preferiscono lasciare la ricerca della selvaggina colpita a un qualsiasi subalterno; fa quindi parte dell’utilità di un ‘ buon ‘ segugio esser capace di lavorare con chiunque altrettanto bene che col proprio padrone. La cosa però diventa veramente grave quando l’onnipotente tirannia della moda, la più sciocca fra le femmine sciocche, si arroga di prescrivere ai poveri cani quale deve essere il loro aspetto. Non esiste una sola razza canina le cui eccellenti qualità psichiche originarie non siano andate totalmente distrutte non appena la razza è diventata ‘di gran moda‘. Soltanto se in un angolo sperduto del globo i cani in questione hanno potuto continuare ad essere allevati come animali normali, al riparo dalla moda, questo deterioramento ha potuto essere evitato. Così nel loro paese vi sono ceppi di cani da pastore scozzesi in cui vivono ancora tutte quelle magnifiche qualità di carattere tipiche di questa razza, mentre i ‘ nobili ‘ collies, allevati nell’Europa centrale come cani di moda agli inizi del secolo, hanno subito un incredibile processo di peggioramento sia nel carattere che nell’intelligenza. Se per una razza che diventa di moda non c’è un allevamento che sappia dare il necessario sostegno alle qualità psichiche degli animali, la sua sorte è segnata. Persino allevatori indubbiamente onesti, che preferirebbero morire piuttosto che permettere l’incrocio di un animale che non sia di razza purissima fino al più lontano antenato, non trovano nulla di immorale nell’allevare esemplari fisicamente splendidi che recano però tare psichiche.
Lettori cinofili, per i quali scrivo questo libro, credetemi: la gioia di possedere un cane che rappresenti quasi la perfezione della sua razza si spegne pian piano nei lunghi anni di intimità, ma non si spegne il disagio che creano certe carenze psichiche come l’eccessivo nervosismo, l’ombrosità, l’esagerata pusillanimità. Il tempo non immunizza contro tali logoranti difetti, anzi rende ad essi più sensibili. Un bastardo intelligente, fedele, animoso e con i nervi a posto, dà alla lunga assai più soddisfazioni che non un campione purissimo costato un patrimonio. Come ho già detto, sarebbe possibile scendere a un compromesso tra qualità fisiche e psichiche poiché, fin quando la moda non si è impossessata di loro, le più diverse razze canine, mantenute pure, hanno conservato le loro belle doti di carattere. Ma già nell’organizzazione delle mostre e dei concorsi si nasconde un certo pericolo: in una mostra canina il fatto stesso della concorrenza conduce automaticamente a esasperare i caratteri specifici di razza dei diversi esemplari. Se si osservano immagini antiche, che per le razze canine inglesi risalgono fino al Medioevo, e si confrontano con le immagini degli attuali rappresentanti delle stesse razze, questi ultimi appaiono come grottesche caricature di quei nobili esemplari. Nel chowchow, che è diventato di moda soltanto nel corso degli ultimi decenni, questo appare con particolare evidenza. Ancora intorno al 1920 i chow erano cani veramente naturali, vicinissimi alla loro originaria forma selvatica: il naso appuntito, gli occhi dal taglio obliquo, mongolo, e le orecchie aguzze ben ritte, davano al loro muso quell’espressione così stranamente affascinante che è propria dei cani da slitta groenlandesi, dei samoiedi e degli huskies [cani esquimesi], in breve di tutte le razze fortemente lupine. Oggi nell’allevare il chow si punta ad accentuare i caratteri che gli danno un tipico aspetto da orsacchiotto: il naso è largo e breve, quasi da alano, nel muso, più appiattito, gli occhi hanno perduto il bel taglio obliquo, le orecchie scompaiono nell’eccessiva ricchezza della pelliccia. Anche nel carattere, il predatore selvatico pieno di temperamento, che pare ancora respirare l’aria delle distese sconfinate, è diventato un impomatato Teddybear... salvo naturalmente quelli che allevo io. Ma stando alle leggi di tutte le associazioni di allevatori, i miei chow devono essere guardati con disprezzo perché ancor oggi hanno un centoventottesimo di sangue di cane da pastore.
Un’altra razza che amo molto e di cui vedo con dolore la decadenza psichica è lo Scotch Terrier. Trentacinque anni fa circa, quando il mio secondo cane, la femmina scotchterrier Ali, seguiva i miei passi, gli animali di quella razza erano quasi senza eccezioni modelli di coraggio e di fedeltà. Nessuno dei cani che ho avuto in seguito mi ha difeso più furiosamente di Ali e nessuno ha dovuto tanto spesso venir salvato da lotte disperate e senza quartiere con avversari di tanto più forti. Ma da nessun altro cane ho dovuto però anche tanto spesso salvare un gatto, e nessuno, all’infuori di Ali, ne ha mai inseguito uno arrampicandosi sopra un albero! I fatti si svolsero così: Ali dava la caccia a un gatto che, per mettersi in salvo, salì sul primo ramo di un pruno; un momento dopo già doveva ritirarsi al sicuro su un secondo ramo, un metro e mezzo più in alto, dato che Ali con un salto furioso aveva raggiunto la corona dell’alberello e vi si era sistemata. Di lì a pochi secondi il gatto dovette nuovamente battere in ritirata, cercando un ramo ancora più alto, perché Ali aveva scalato anche il secondo. Il cane lottava ora per mantenersi in equilibrio, essendo i rami molto sottili. Non cadde a terra semplicemente perché riuscì a fermarsi a cavalcioni di uno di essi, che teneva stretto fra le cosce. Per un momento restò con la testa in giù, ma poi riuscì a raddrizzarsi e abbaiò furioso verso il gatto che sedeva un metro più in alto su un ramo tanto sottile che quasi non lo reggeva più. E a questo punto avvenne l’incredibile: Ali tese tutti i muscoli del suo corpo robusto e si catapultò sul gatto, lo afferrò tra i denti rimanendo per un attimo appeso alla bestiola che tentava disperatamente di reggersi, finché entrambi precipitarono per tre metri buoni fino al suolo, dove dovetti intervenire per salvare il micio. Ali infatti, malgrado il duro colpo, non mollava la preda. Il gatto non s’era fatto nulla, ma Ali zoppicò per settimane intere a causa di uno strappo muscolare. Contrariamente ai gatti, i cani non sempre sanno cadere bene sulle zampe.
Così erano quei piccoli scozzesi trentacinque anni fa! Quasi tutti. Ali non era affatto un’eccezione. E oggi? Mi arrabbio e provo pena quando incontrando dei cani nella nostra Vienna, dove sono così tanti e così amati, vedo come si comportano gli attuali rappresentanti di questa razza. Certo, la mia irsuta Ali, con un orecchio un po’ di traverso a causa di una cicatrice, non avrebbe avuto alcuna probabilità di successo a una mostra canina, di fronte a tutte quelle bellezze infiocchettate. Ma queste, in compenso, vanno a testa bassa persino davanti a dei cani che sarebbero scappati con altissimi gridi di fronte alla mia Ali. Ma siamo ancora in tempo. Persino da noi, nell’Europa Centrale, ci sono degli Scotch Terrier che non hanno paura neppure di un San Bernardo e che si scagliano contro le gambe dell’uomo più robusto se questi soltanto si permette una parola minacciosa contro il loro padrone. Ma Scotch Terrier come questi sono rari, certo è inutile cercarli fra i vincitori delle mostre canine. E ora faccio una domanda agli allevatori, di cui è lecito presumere che capiscano cosa è un cane: non sarebbe meglio provare, anche una sola volta, ad allevare uno di questi cani intelligenti, fedeli e coraggiosi, pur correndo il rischio che, nel punteggio che riguarda le proporzioni del corpo, esso risulti battuto da quei perfetti capolavori usciti dalle mani di tosatori di lusso? |