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Super Dog

I Cani pensano? PDF Stampa E-mail

Scritto da Cinomania   
Martedì 09 Marzo 2010 11:46

I Cani pensano?Fa un certo effetto pensare che, trovandoci nell'età della pietra, circa quattordicimila anni fa, e guardandoci attorno al bagliore tremolante di un fuoco da campo, ci capiterebbe facilmente di imbatterci in un cane molto simile a qualsiasi suo discendente visibile oggi nelle strade delle nostre città o accucciato ai nostri piedi. Per centoquaranta secoli gli esseri umani e i cani hanno condiviso cibo e spazi abitativi. In tutti questi anni i cani hanno aiutato gli umani nella caccia e nella pastorizia. In qualche occasione sono stati utili come guide, guardiani della casa, “spazzini”, animali da tiro, compagni in guerra, e addirittura come nutrimento. Sono stati animali da compagnia, addestrati come attori o atleti per divertirci, e persino un aiuto nella psicoterapia.

Malgrado la lunga convivenza, tuttavia, il genere umano ha mantenuto molti atteggiamenti conflittuali verso questi onnipresenti animali. In talune epoche e zone, la gente li ha considerati leali, fedeli, nobili, intelligenti, coraggiosi e socievoli; in altre, l'uomo li ha descritti come codardi, sporchi, rognosi, pericolosi e inaffidabili. Presso alcune culture e in certe epoche storiche, sono stati ritenuti sacri: compagni degli dei, guide delle anime, angeli o addirittura divinità essi stessi. Altre culture li hanno visti come demoni, messaggeri di morte e incarnazioni del diavolo. In alcune regioni essere leccati o toccati da un cane significava rimanere contaminati o insozzati, mentre in altre epoche e località si riteneva che tali attenzioni favorissero la cicatrizzazione o segnalassero che una persona era pulita, virtuosa e senza peccato. Vista l'infinità di tempo trascorso in compagnia dei cani si potrebbe pensare che noi uomini conosciamo tutte le risposte ai principali interrogativi sulla loro natura e sul loro comportamento. In realtà il nostro atteggiamento nei loro confronti resta complesso e contraddittorio. Possiamo viverci insieme lavorare e giocare con loro, ma esistono ancora numerose domande alle quali la media dei proprietari di cani non è in grado di rispondere, e la più importante di esse riguarda la natura della mente canina. In qualità di psicologo, addestratore e concorrente di gare d'ubbidienza, ho sentito molte domande e opinioni su questioni fondamentali, come per esempio:

  • I cani pensano, o sono semplicemente macchine biologiche che reagiscono a ciò che li circonda?
  • Se pensano, sono coscienti come gli esseri umani?
  • Ricordano cose del passato e immaginano o prevedono le cose che avverranno?
  • Comprendono il linguaggio umano?
  • Hanno un sistema o mezzi per comunicare con noi (o comunque con gli altri cani)?
  • Provano sentimenti come il senso di colpa, la lealtà, il senso della protezione, o almeno emozioni semplici come la gioia e il dolore?
  • Le diverse razze differiscono in quella che potremmo definire intelligenza?

Spesso, quando qualcuno mi pone queste domande sull'intelligenza, la coscienza e la facoltà di risolvere problemi, mi trovo involontariamente a ricordare un incidente del mio lontano passato. Era una di quelle giornate afose di tarda primavera a Filadelfia. La combinazione di caldo e umidità infondeva un senso di rilassamento e di languore. Il mio esame finale (l'ultimo che avrei sostenuto all'University of Pennsylvania) si sarebbe svolto di lì a tre o quattro settimane. Nel complesso mi sentivo fiducioso e tranquillo: ero già stato ammesso alla Stanford University per la specializzazione in psicologia, ed ero in pace con il mondo. Mentre scendevo pigramente le scale di casa, le mie fantasticherie furono bruscamente interrotte dalla voce arrabbiata di mia madre: “Penny, cos'hai combinato?”. Penny era la nostra cagnetta ai tempi del liceo, una specie di boxer, anche se un po' troppo piccola per questa razza e senza le guance sviluppate che ci si sarebbe aspettati. Zoppicava leggermente a causa di un brutto incidente che quasi l'aveva uccisa da cucciola. Negli anni aveva usato con cautela una delle zampe posteriori, il che rendeva la sua andatura un tantino sculettante. Penny era carinissima, ma aveva anche parecchie bizzarrie comportamentali. Una delle più originali consisteva nella passione per il bourbon, anche se all'occorrenza si sarebbe accontentata del rye whiskey o dello scotch. Durante le feste o le riunioni in casa nostra, gli ospiti venivano avvertiti di non abbandonare i loro drink sul pavimento e di tenere d'occhio il cane quando posavano i bicchieri sul tavolino. La vista di un boxer leggermente sbronzo per gli alcolici rubati non è cosa che si dimentichi facilmente. Entrai in cucina mentre si svolgeva il dramma: accucciata (forse sarebbe più corretto dire rannicchiata) in fondo alla stanza, Penny stava fronteggiando mia madre ritta al centro del locale. Nel 99,9 per cento dei casi mia madre è una delle anime più gentili del mondo. Quel decimo di unità mancante, però, si esprimeva in tutta la sua potenza esplosiva quando veniva innescato da gravi calamità, affronti sociali, gaffe o trasgressioni da parte della famiglia. Le conseguenze della sua brevissima furia dipendevano da fattori casuali. Se l'ambiente circostante era relativamente spoglio, si limitava a urlare un po' senza ulteriori incidenti, ma se le capitava di avere qualcosa in mano o alla sua portata, lo lanciava contro l'offensore (o contro chiunque avesse la sfortuna di trovarsi in zona). Tra i proiettili da lei scagliati figuravano catini pieni d'acqua, meloni, pezzetti di gelato e una varietà di altri strani, seppur non letali, aggeggi. Quel giorno si trovò in mano un portachiavi di pelle, che lanciò contro Penny proprio mentre stavo entrando in cucina.

“Cagnaccio!” e, con la micidiale precisione acquisita esercitandosi sulla prole, centrò il colpevole quadrupede nel deretano. Penny guaì. Mia madre uscì furiosa dalla stanza, probabilmente per verificare il guaio combinato dal cane, continuando a borbottare qualcosa sugli antenati di Penny e lanciando previsioni sulla brevità del suo futuro. Faccio fatica a essere severo con i cani e, siccome non avevo idea del crimine commesso da Penny, mi avvicinai all'infelice per accarezzarle la testa. Mi strofinò addosso il muso, guardandomi con gli occhioni castani. “Andiamo in camera mia un momento, tanto per levarci dalla linea di tiro” le suggerii, battendomi sulla gamba per invitarla a seguirmi. Mentre attraversavamo la cucina, notai che Penny compiva una larga deviazione attorno al portachiavi usato da mia madre come strumento punitivo. Poi, vicino alla porta, si fermò, guardò indietro verso il proiettile e parve per qualche istante perdersi nei propri pensieri. Quindi si lanciò, afferrò la custodia di pelle e uscì come un fulmine dalla cucina. Perplesso, la vidi entrare in salotto e dirigersi verso il divano. Si diede un'occhiata alle spalle e strisciò dietro lo schienale. Vi depositò lo strumento di tortura, lo spinse fuori vista con il muso e, soddisfatta, riemerse. Poi, con andatura infinitamente più rilassata, mi raggiunse ai piedi delle scale per proseguire il tragitto verso camera mia.

Anche se questi eventi possono sembrare poco rimarchevoli, possiedono comunque alcune implicazioni. Se un bambino piccolo si fosse comportato come Penny, affermeremmo che aveva capito che in qualche modo il portachiavi era stato per lui un veicolo di dolore. Potremmo inoltre ipotizzare che il bambino prevedeva un riutilizzo di quell' arma e sperava nascondendola, di scongiurare tale possibilità. I processi mentali che attribuiremmo quindi al bambino implicano previsione del futuro, pianificazione, una certa facoltà immaginativa, capacità di ragionamento, un concetto di conseguenza per il Sé e, persino, l'abilità di immaginare come un altro individuo potrebbe considerare o ignorare una determinata situazione.

Sebbene mi divertisse questo apparente atteggiamento infantile di pianificazione del futuro, nel contempo mi rendevo conto che ciò non sarebbe dovuto accadere. Dato che stavo terminando gli studi di psicologia, sapevo che la maggior parte dei miei professori non avrebbero riconosciuto a cuor leggero la presenza di ragionamento cosciente e intelligenza nel comportamento di Penny. Avrebbero obiettato semplicemente che i cani non posseggono tali facoltà. Avrebbero negato che coscienza di sé e previsione di eventi futuri (che senza dubbio avrebbero ammesso in un bambino nelle medesime circostanze) fossero coinvolte in questo caso. Avrebbero detto che io antropomorfizzavo, ossia che stavo attribuendo al cane le motivazioni e la coscienza tipiche degli uomini ma non degli animali. Stando alle convinzioni scientifiche del tempo, gli animali erano di fatto privi dell'intelligenza necessaria ad affrontare simili ragionamenti. Avevano ragione?

E' innegabile che nella società odierna il cane occupi un posto notevole e svolga un ruolo importante nella vita di molte persone. In Gran Bretagna i cani sono oltre nove milioni, e oltre cinquantadue milioni in Nordamerica. Si calcola che circa una famiglia britannica su due possiede un animale domestico, e nella metà dei casi si tratta di un cane. In Nordamerica, anche nelle città, il 20 per cento degli abitanti ha in casa un cane. Vista questa presenza massiccia, è stupefacente che non ci venga fornita alcuna istruzione scolastica al loro riguardo. Oggigiorno i programmi delle elementari, oltre alla grammatica, l'aritmetica, la geografia e la storia, tendono a includere anche l'insegnamento di nozioni per la vita quotidiana, come l'educazione civica, le norme nutrizionali, l'igiene personale, il comportamento in società, e via dicendo. Ma durante le lezioni di scienze naturali gli alunni hanno maggiori probabilità di imparare qualcosa sulle balene, i gufi o le rane che sui cani... anche se il giovane cittadino medio non avrà mai occasione di vedere una balena dal vivo, e gufi e rane li incontrerà solo durante le rare visite allo zoo o all'acquario. Si presume, insomma, che tutti sappiano già tutto ciò che c'è da sapere sui cani grazie al loro rapporto con uno di questi animali, proprio o altrui, e che quindi non siano necessari ulteriori insegnamenti. Eppure nella stragrande maggioranza dei casi le nostre effettive conoscenze sull'argomento sono assai limitate. Magari, quando eravamo piccoli, i nostri genitori ci hanno raccomandato di accarezzare i cani invece di picchiarli sulla testa. Più grandicelli, ci hanno messo in mano una ciotola dicendoci di dare “la pappa al cane”. Passato altro tempo, abbiamo pulito i suoi bisogni o l'abbiamo portato a spasso. Poi siamo cresciuti, ce ne siamo andati da casa e forse ci siamo presi una bestiola tutta nostra. Qualcuno di noi avrà anche frequentato un corso di addestramento all'ubbidienza, imparando a ordinarle di fermarsi, sedere, accucciarsi. Eppure, durante questa trafila, non uno che abbia pronunciato una parola su come i cani pensano o comunicano, salvo notare che uno scodinzolio rispecchia un'emozione positiva e un ringhio una negativa.

Malgrado ciò , abbiamo tutti l'impressione di capire i cani e di conoscerne i pensieri, mentre in realtà ci limitiamo a osservarli attraverso la lente della letteratura e dello spettacolo. Per esempio, parecchi grandi umoristi - tra cui James Thurber, Will Rogers e Ogden Nash - hanno scritto sui cani. In questi casi è estremamente comune per gli autori far parlare in prima persona i loro eroi e descrivere l'intera azione dal loro punto di vista. Ecco come Mark Twain presenta il racconto di un cane in "Aileen Mavourneen": “Mio padre era un san bernardo, mia madre una collie, io però sono presbiteriana. Così mi ha detto mia madre; personalmente mi sfuggono queste raffinate distinzioni”. Anche autori più “seri”, come E. B. White, Louis Untermeyer, Eugene O'Neill, John Galsworthy e persino lord Byron hanno scritto opere in cui compaiono cani. Da ragazzi, molti di noi si sono intrattenuti con Jack London e i suoi cani da slitta, e qualcuno forse anche con Albert Payson Terhune e i suoi favolosi collie. Tutti racconti in cui i cani possiedono sentimenti, capacità ragionative e intelligenza. Un passo generico potrebbe suonare così:

"Shep si accorse che il suo padrone era in pericolo. Glielo disse il sangue che usciva dalla giubba lacerata di Dan, lì dove l'orso lo aveva colpito. Doveva trovare aiuto, e alla svelta. Ma dove? Ora ricordava: il vecchio trapper che aveva la baracca nella valle era stato gentile con lui, una volta. Forse Shep poteva fargli capire che serviva il suo aiuto. Si attardò a leccare la faccia del padrone per fargli capire che non lo stava abbandonando. Quando un pallido sorriso ricambiò il suo gesto d'affetto, fece il breve latrato che usava sempre per dire a Dan che era pronto per lavorare. Lanciata un'occhiata rassicurante alle sue spalle, l'ispido cane bruno partì sulla neve alla ricerca dell'aiuto più vicino."

Gli scrittori di questo tenore non approfittano della nostra credulità dichiarando che i cani sanno parlare. Piuttosto inviano al lettore l'evidente messaggio che essi hanno coscienza e sono in grado di ragionare, analizzare problemi, pianificare e comunicare. Anche se non leggiamo libri, possiamo imparare quanto intelligenti siano i cani osservandoli al cinema o in televisione. Tutto è partito da Rin Tin Tin, un bellissimo pastore tedesco. Rinty (come lo chiamavano affettuosamente i suoi amici umani) era nato in Germania nel 1916. Salvato da una trincea tedesca dal capitano Lee Duncan, dopo la guerra Rinty si trasferì a Los Angeles con il suo nuovo padrone, che lo addestrò per la carriera cinematografica. Negli anni Venti divenne una star del cinema muto in saghe come "Find Your Man", "Clash of the Wolves", "Jaws of Steel" e "When London Sleeps". Fu anche protagonista di alcuni serial, come "The Lone Defender", in cui il padrone, un cercatore d'oro, viene assalito e ucciso dopo aver scoperto una miniera. Nei successivi dodici episodi di questo serial agli albori del sonoro, Rinty vendicatore dà la caccia a Cactus Kid e alla sua losca banda di fuorilegge.

Per parecchi anni Rin Tin Tin fu effettivamente una formidabile fonte di guadagno per la Warner Brothers. Perciò Rinty percepiva un compenso altissimo, superiore a quello dei suoi colleghi umani. Le sceneggiature dei film - un misto di dramma e di commedia, con una robusta dose di avventura e azione - erano spesso opera di autori di vaglia come Darryl F. Zanuck. E mentre l'avvento del sonoro segnò la fine di molte carriere cinematografiche, il vigoroso abbaiare di Rinty funzionò alla perfezione con la nuova tecnologia, permettendogli di continuare a recitare il ruolo della star fino alla morte, avvenuta nel 1932. Parecchi altri cani proseguirono la tradizione. Il primo fu Rin Tin Tin Jr., ma tutti quelli che ne presero successivamente il posto furono messi in cartellone con il nome della star originale. Fu così per parecchi animali che lavorarono in una serie televisiva settimanale, in cui lo scattante pastore tedesco e il suo padroncino Rusty combattevano contro un assortimento di cattivi del West. Rinty fu probabilmente l'unico cane attore abbastanza importante da meritare un film biografico, anche se si trattava di una satira romanzata. Il film, realizzato nel 1976, era intitolato "Won Ton Ton - The Dog Who Saved Hollywood". Questo fu l'unico caso in cui il protagonista non portava il nome di Rinty: il ruolo era sostenuto da un cane chiamato Augustus von Schumacher.

Le molte edizioni delle avventure di Rin Tin Tin comunicavano efficacemente allo spettatore occasionale e al cinofilo che i cani sono intelligenti quanto gli uomini. Rinty risolveva problemi, superava ostacoli e portava a termine azioni ingegnose. Accorreva in soccorso del padrone in difficoltà, disarmava pericolosi fuorilegge, portava coperte e cibo a bambini affamati, slegava le mani dello sceriffo prigioniero, e via dicendo. Potevamo quasi vederlo pensare, e il fatto che fuori campo ci fossero addestratori impegnati a fargli segnali e a dirigerlo, o che parecchi montatori ammattissero per far apparire l'azione coordinata e spontanea, non ci è mai passato per la testa. Noi sapevamo che Rinty era una “cima”. Credevamo che il regista si limitasse a passargli un copione, e lui facesse il suo dovere con intelligenza, consapevolezza e piena coscienza. Così, almeno, sembrava.

E poi c'era Lassie...

Il cane che forse ha più contribuito a influenzare la concezione comune sull'intelligenza della sua specie è il personaggio di un racconto scritto da Eric Knight nel 1938. Il racconto fu in seguito ampliato in un romanzo best-seller, e nel 1943 divenne un film strappalacrime dal titolo "Torna a casa, Lassie". Lassie, la collie più famosa del mondo, non solo era affettuosa e coraggiosa ma praticamente umana per intelligenza e comprendonio. Di fatto, più che di un'unica adorabile cagna, possiamo parlare di un lungo e truffaldino succedersi di interpreti maschili. Per sette generazioni, i cani che hanno interpretato il personaggio sono stati tutti discendenti maschi della prima Lassie (che in realtà era un cane di nome Pal). I maschi venivano preferiti per la parte perché più grossi e meno timidi delle femmine. Sembra che il pubblico non abbia mai notato la rilevante differenza anatomica. Infatti l'unica cosa di cui ci siamo accorti è che si trattava di un collie con una macchia bianca sul muso. I cambiamenti nel mantello dovuti alle varie sostituzioni ci sono dunque passati sotto il naso esattamente come i segni rivelatori che Lassie non era una signorina.

Per poco Pal non mancò la sua grande occasione. Il regista Fred M. Wilcox, che esaminò oltre trecento collie per il ruolo di "Torna a casa, Lassie", scartò Pal a causa di alcune riserve sul suo aspetto. L'addestratore del cane, Rudd Weatherwax, ribatté che l'animale era molto ben addestrato e poteva servire per le scene d'azione e gli effetti speciali. Avendo poco tempo a disposizione, Wilcox decise di girare qualche scena prima di scegliere definitivamente il protagonista. Una sequenza prevedeva che Lassie nuotasse disperatamente per salvarsi dalle rapide. Partendo dal presupposto che tutti i collie bagnati sono simili, Wilcox pensava di utilizzare le riprese di Pal che nuotava per abbinarle a inquadrature del cane che in seguito sarebbe stato scelto per il ruolo. Fu lì che Pal dimostrò la sensibilità che avrebbe contraddistinto Lassie nella nostra mente. La scena del nuoto fu atletica ed efficace, ma il finale fece crollare il teatro! Pal emerse dall'acqua visibilmente esausto, senza neppure la forza di scrollarsi l'acqua dal pelo. Fece qualche passo barcollando, quindi crollò davanti alla cinepresa con la testa gocciolante tra le zampe e gli occhi chiusi. Quelle immagini furono così convincenti e piene di pathos che Pal ottenne il ruolo e pose le basi di una dinastia.

Se Lassie ha avuto un considerevole impatto sulla nostra opinione dei cani e della loro intelligenza è semplicemente a causa dell'enorme mole di materiale su di lei che ci è stata propinata. In primo luogo nove lungometraggi, poi uno show radiofonico durato quasi sei anni (è interessante notare che, anche se era Pal ad abbaiare durante la trasmissione, gli uggiolii, gli ansiti, i ringhi e i brontolii provenivano da attori umani). Infine fu la volta dei telefilm, durati diciotto anni con sei differenti ambientazioni e rotazioni del cast. Molti di quegli episodi vengono tuttora trasmessi dalle antenne private. Fu prodotta anche una serie di cartoni animati.

Indipendentemente dai dati anagrafici degli attori, l'unica grande star era Lassie. Un critico, parlando del primo film, definì la cagna “una Greer Garson in pelliccia”. Lassie riuscì a recitare con alcune tra le maggiori stelle di Hollywood, quali Roddy McDowell, Elizabeth Taylor, Nigel Bruce, Elsa Lanchester, James Stewart, Mickey Rooney e molti altri di analogo livello. In ogni caso, il pubblico apprezzava più Lassie dei coprotagonisti. Cloris Leachman, che interpretò il ruolo della madre in una delle famiglie televisive di Lassie, notò che per far risultare il cane estremamente intelligente gli sceneggiatori dovevano abbassare il livello intellettivo degli esseri umani circostanti. L'attrice osservò: “dovevano trovare delle scuse per farci comportare da idioti, in modo che il cane potesse surclassarci”. I patiti di Lassie non ammettevano, o rifiutavano di credere, che la maggior parte delle acrobazie, degli atti di coraggio e dei colpi di genio non fossero spettacolari come apparivano. Quando Lassie fuggiva sotto il fuoco delle pistole, si infilava in un labirinto di cavi elettrici caduti, saltava fuori da finestre o balzava per abbattere un criminale, le azioni non erano in sé molto complesse e il risultato finale veniva assicurato da un abile montaggio. Quando sembrava che si guardasse attorno attentamente per studiare la situazione, Pal in realtà fissava l'addestratore che sventolava un panno da un'impalcatura. Gli sguardi di devozione o di intensa concentrazione erano di solito provocati dall'addestratore che batteva sulla tasca in cui teneva sempre qualche biscotto. Nondimeno, a livello psicologico, l'impatto di Lassie è stato notevole. Noi credevamo che quel cane (e per estrapolazione tutti i cani) potesse pensare, pianificare, provare affetto, dolore, gioia e tristezza, rammentare fatti complessi, e persino compiere atti punitivi. Non gliel'avevamo forse visto fare?

In assenza di un'educazione scolastica sulla natura dei cani, a servirci da indottrinamento sono stati i film e i telefilm che descrivono le esibizioni romanzesche di Lassie, Rin Tin Tin, Zanna bianca, Bullet, il cane di Roy Rogers, e altri, così come i libri che raccontano le gesta fantastiche di Bob, Treve, Buck e i centouno cuccioli dalmata. A paragone di questi brillanti canidi, era chiaro che il nostro amato cagnolino non dimostrava appieno le grandi doti intellettive che i cani possedevano, ma sapevamo che erano latenti in lui. In qualche punto era nascosto un potenziale mentale che poteva emergere sotto forma di un atto di eroismo o di un ragionamento brillante.

Molti di voi staranno pensando che io sia un tantino semplicistico. Certo, non tutto ci che sappiamo dei cani l'abbiamo appreso da film e romanzi. In fondo, sugli scaffali delle librerie esistono dozzine di saggi sull'argomento, che devono indubbiamente contenere informazioni sull'intelligenza e i processi ragionativi. Eppure un'occhiata ai titoli ci dice che essi rientrano tutti quanti in tre grandi categorie: veterinaria, addestramento e razze. I manuali di veterinaria esibiscono titoli del tipo: "La cura del cane", "La salute del cane", "Il veterinario in casa", e così via. Trattano di nutrizione, crescita e problemi specifici dell'animale. Anche se accennano qua e là ai danni alla personalità conseguenti alla castrazione o riservano qualche capitolo ai problemi psicologici (il che di solito riguarda il mordere, il rosicchiare mobili o lo sporcare pavimenti), ben poco vi si dice dei processi ragionativi e delle capacità mentali dei cani. Ciò è comprensibile, essendo la maggior parte di tali libri scritta da veterinari che sono sì esperti di psicologia animale, ma non professionalmente formati per quanto concerne molti aspetti del comportamento.

Il secondo grande gruppo di libri riguarda l'addestramento. I titoli tipici sono: "Guida pratica all'addestramento del cane", "Addestra il tuo cane giocando", "Il metodo naturale dell'addestramento dei cani”, eccetera. Alcuni sono più specializzati, con titoli come "L'addestramento del cane da guardia", "Cani da soccorso", "Trasformate il vostro cane in un segugio" o "L'addestramento del cane da caccia", mentre altri tentano semplicemente di mettere una pezza ai problemi che nascono qualora l'addestramento all'ubbidienza fallisca: "Risolvete i problemi del vostro cane" oppure "Aiuto! Questa bestia mi sta facendo ammattire". Molte di queste pubblicazioni sono estremamente serie e utili, e descrivono tecniche d'insegnamento per esercizi base o avanzati di ubbidienza. Purtroppo, altre sono piuttosto superficiali e tentano di rassicurare il lettore con frasi del tipo: “Tutti i cani, indipendentemente dalla razza, sono facilmente addestrabili se si usa il metodo naturale”, “L'addestrabilità” dei cani dipende più dalla pazienza e dalla fermezza del padrone che da differenze razziali congenite o “Il cane” come un computer in attesa di essere programmato da un addestratore intelligente. Suppongo che se avete comprato uno di questi libri perché possedete un jack russell terrier che vi ha fatto fuori il fratino antico, ha ammazzato il gatto e non vi degna di uno sguardo nemmeno se urlate il suo nome al megafono, questo sia proprio il genere di consigli che desideravate leggere. Ma si tratta di consigli come minimo incompleti e imprecisi. Non tengono in alcun conto le differenze tra le varie razze in termini di tipo d'intelligenza, temperamento e voglia di lavorare: fattori importanti per determinare fino a che punto un particolare cane risponderà all'addestramento all'ubbidienza.

L'impostazione della maggior parte dei manuali di ubbidienza è comprensibile: gli autori sono esperti di addestramento, non specialisti di comportamento animale. Molti di loro, come Diane Bauman, Carol Lea Benjamin, Patricia Gail Burnham, William Koehler, Michael Tucker o Joachim Volhard (per non citarne che alcuni), sono brillanti addestratori. Molti vantano una lunga lista di successi a dimostrazione della loro abilità. In questo campo, invidio il loro talento. Anche se ne i loro libri spesso non trattano delle differenze razziali, quando intervengono a seminari e conferenze sembrano disposti a riconoscere che non tutte le razze sono mentalmente equivalenti. Durante una di queste riunioni, un addestratore i cui video mostravano soltanto border collie e pastori tedeschi al lavoro ammise “Se prendessi in seria considerazione l'idea di partecipare a una gara di ubbidienza, eviterei qualsiasi specie di terrier”..

La maggior parte di costoro hanno un'idea pregiudiziale dell'intelligenza canina che spesso determina il tipo di tecnica d'addestramento. Alcuni ritengono che i cani posseggano ridotte facoltà di pensiero e si limitino a imparare modelli di risposta da usare al momento giusto; altri credono che siano razionali e in grado di usare la logica per risolvere problemi. Nel complesso però non se la sentono di attribuire loro una coscienza e una capacità di ragionamento reali. Solo in pochi ritengono che i cani siano totalmente consapevoli e che i loro processi di pensiero siano molto simili a quelli di un bambino piccolo, differendo soltanto per efficienza e ampiezza d'azione. Comunque la maggior parte di questi autori limitano i commenti sull'intelligenza a poche pagine, per poi tornare frettolosamente al loro compito fondamentale, ossia insegnare alla gente le tecniche di addestramento.

L'ultima categoria di libri facilmente reperibili è quella relativa alle razze. Si va dai tascabili con disegnini di razze selezionate a poderosi volumi illustrati con belle fotografie a colori di tutte le varietà conosciute. Hanno titoli del genere: "Enciclopedia dei cani", "Il grande libro del cane", "Tutte le razze dei cani...". La loro evidente intenzione è descrivere i vari tipi di cani, la loro storia, le taglie, il temperamento e le caratteristiche comportamentali. Molti sono di piacevolissima lettura, soprattutto per le notizie storiche sulle varie razze, e certo le fotografie sono meravigliose. Sfortunatamente sono scritti in maggioranza da allevatori o rappresentanti dei club specializzati nelle singole razze: anche se essi svolgono un eccellente lavoro nel preservare le caratteristiche di tali razze, non è nel loro interesse scrivere qualcosa di negativo sui loro animali. Difficilmente si leggerebbe su questi libri che molti bulldog hanno problemi respiratori cronici, che parecchie linee genetiche di dalmata hanno una tendenza alla sordità congenita, che i bassotti accusano spesso lesioni spinali, che molti dei costosissimi chihuahua più piccoli hanno problemi al ginocchio o all'anca. Per di più, quando si tratta di descrivere il temperamento o le caratteristiche mentali delle varie razze, questi libri hanno universalmente la tendenza a distorcere i fatti per produrre un'impressione più favorevole. Perciò non vi dicono che molti basenji mordono senza preavviso e senza una visibile provocazione; che molti akita inu possono essere davvero pericolosi per i bambini, a meno che non siano cresciuti insieme; o che parecchi greyhound, per quanto magnifici e affettuosi con le persone, diventano macchine di morte per i gatti o gli altri cani.

Dove i libri sulle razze fanno un capitombolo è nel descrivere le caratteristiche mentali delle stesse. Direi che almeno il novanta per cento dei cani menzionati viene definito intelligente dalla maggior parte delle opere. Anzi, per alcune razze si enuncia tale caratteristica come uno degli standard di giudizio. Ebbene, a meno di non avere una concezione alquanto strampalata dell'intelligenza, questo tipo di descrizione è spesso assai ottimistica.

Prendiamo per esempio il dandie dinmont terrier. Si tratta di un cagnolino molto particolare dallo sguardo profondo ed espressivo, alto circa venticinque centimetri al garrese e pesante una decina di chili. E' una tra le più antiche razze di terrier: è documentato che sui monti Cheviot, vicino al confine tra Inghilterra e Scozia, veniva impiegato già agli inizi del Settecento per cacciare il tasso, la volpe e la lontra.

Il dandie dinmont terrier deve la sua popolarità a un'opera di sir Walter Scott. Pare che in uno dei suoi viaggi Scott abbia conosciuto James Davidson di Hawick, proprietario di una muta di questi animali. Lo scrittore rimase talmente colpito dall'uomo e dai suoi vigorosi cagnolini da scriverci un romanzo, "Guy Mannering", pubblicato nel 1815. Il protagonista, un allevatore, si chiamava Dandie Dinmont, e i suoi “sei immortali” erano Auld Pepper, Auld Mustard, Young Pepper, Young Mustard, Little Pepper e Little Mustard (dove pepper, pepe, e mustard, senape, si riferivano al colore del pelo). Il pubblico rimase affascinato da Dandie Dinmont e dalle sue bestiole, descritte come audaci e risolute (e di fatto, se incitato, il dandie dinmont è uno dei terrier più feroci). Scott fa dire al suo protagonista: “Non temono niente che abbia addosso una pelliccia”. I vispi cagnetti furono ben presto universalmente chiamati dandie dinmont, dal nome del personaggio letterario, e la loro fama si sparse ben oltre l'area in cui furono originariamente allevati.

Il problema dei dandie può essere affrontato a livello teorico prima ancora di considerare l'animale in se stesso. Immaginate un cane disposto a infilarsi in un cunicolo per stanare una volpe o una lontra. La volpe ha in genere la stessa taglia e lo stesso peso di questo terrier, mentre una lontra può essere tre volte più grossa. Se da una parte si resta impressionati da tanto coraggio, dall'altra verrebbe spontaneo ritenere più intelligente un cane che ragionasse così: “E' troppo rischioso. Meglio lasciar perdere. Questa lontra non mi ha fatto niente di male”. Eppure lo standard dell'American Kennel Club per il dandie dinmont lo descrive come “indipendente, deciso, schivo e intelligente”. Se i primi tre aggettivi sono indiscutibili, l'ultimo lascia più perplessi.

Un addestratore all'ubbidienza così mi ha descritto il suo rapporto con i dandie:

"Una coppia di cinquantenni mi portò un paio di questi cani da inserire nel mio corso di principianti. Fu subito chiaro che si avrebbe avuto più successo tentando di addestrare a stare al passo dei sacchi di patate. [Al livello iniziale di ubbidienza, 'stare al passo' significa semplicemente camminare al guinzaglio in modo controllato alla sinistra del portatore.] Se la femmina era in vena, riusciva a camminare per qualche passo; il maschio invece si arrestava, si lasciava trascinare per un tratto dal guinzaglio, poi si rotolava su un fianco in modo da scivolare sul percorso con minor attrito. Nessuno dei due guardava il portatore quando parlava, e dopo sette settimane di scuola l'unico comando a cui rispondevano era “seduto”.

La signora continuava a sostenere che si trattava di cani intelligenti. Lei e il marito li avevano acquistati dopo aver letto in un articolo che erano i “clown del mondo canino”. Mi raccontava gli episodi divertenti di cui i due cani si rendevano protagonisti tra le pareti domestiche. Dal momento che le bestiole mostravano una personalità piuttosto amabile, non volli rivelarle che il motivo per cui, a mio avviso, tenevano spesso un comportamento insolito (interpretato come divertente e clownesco) era dovuto al fatto che non avevano la minima idea di cosa ci si aspettasse da loro."

Quando sento storie del genere, mi chiedo sempre se l'errore stia nel cane o nel padrone; nella veste di addestratore di cuccioli, noto spesso che l'osservazione del proprietario del cane fornisce indicazioni più attendibili sul futuro comportamento dell'animale durante il corso di quante non ne offra l'osservazione del cane stesso. Così, a mo' di controllo, ho sfogliato tre numeri a caso della Gazette , l'organo ufficiale dell'American Kennel Club. La rivista pubblica ogni anno un elenco dei titoli di ubbidienza vinti dagli esemplari delle varie razze. Nelle tre annate consultate, in tutti gli Stati Uniti, non un solo dandie dinmont terrier ha vinto un titolo di ubbidienza. Lo scarso rendimento dei cani citati nell'aneddoto appare pertanto più ascrivibile a una carenza intellettuale della razza che all'inettitudine dei due proprietari.

 

 

Tratto da “L’Intelligenza dei Cani”, di Stanley Coren

Traduzione di Roberto Sonaglia.

Copyright 1994 Stanley Coren.

Titolo originale dell'opera "The Intelligence of Dogs".

Copyright 1995 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.


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