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Scritto da Cinomania   
Sabato 10 Maggio 2008 03:36

lorenzUna piccola schiera di figure nude, di selvaggi, cammina attraverso l’erba alta della steppa. Portano lance dalla punta d’osso, alcuni hanno persino arco e frecce. Fisicamente somigliano, è vero, agli uomini dei nostri giorni, ma il loro comportamento ha qualcosa di animalesco, gli occhi sono inquieti, impauriti, da selvaggina che si senta continuamente braccata. Non sono ancora uomini liberi, non sono i signori della terra, ma creature inseguite che in ogni cespuglio temono un pericolo. Sono anche avviliti. Tribù più forti li hanno da poco costretti ad abbandonare il loro territorio di caccia e a ripiegare nella steppa verso occidente, in una regione ignota dove le belve sono assai più numerose che nella loro terra di un tempo...

Tratto da "E l'uomo incontrò il cane" di Konrad Lorenz

Per di più, poche settimane prima, l’anziano del gruppo, l’esperto cacciatore che li guidava, è stato ucciso da una tigre dai denti a sciabola. Che la belva sia poi stata colpita a morte da una freccia era di ben poco conforto in tanta disgrazia.

Ma la sofferenza maggiore per l’orda era la mancanza di sonno. Nella terra dove vivevano prima, avevano sempre dormito tutti raccolti intomo al fuoco, circondati a una certa distanza da quei fastidiosi sciacalli, che però facevano, per lo meno, buona guardia : il loro ululato annunciava infatti fin da lontano l’avvicinarsi delle belve. Naturalmente quegli esseri primitivi non si rendevano conto del vantaggio che ne avevano, e se anche non sprecavano una freccia contro quegli scrocconi, non mancavano di allontanare a colpi di pietra lo sciacallo che si arrischiava troppo vicino ai loro fuochi.

E così l’orda avanza, stanca e silenziosa. Presto sarà notte e non si è ancora trovato un posto adatto per un bivacco, dove poter finalmente accendere il fuoco e arrostire il magro bottino della giornata, un pezzo di cinghiale, avanzo del pasto di una tigre.

D’improvviso, come caprioli che si arrestano a fiutare l’aria, tutte le teste si volgono nella stessa direzione, tese in ascolto: hanno udito un suono. Non può essere che un animale in grado di difendersi, perché la selvaggina ha imparato assai bene a starsene zitta. Ed ecco di nuovo quel richiamo. È uno sciacallo che lancia il suo urlo. Stranamente colpita, l’orda si arresta e ascolta quel saluto, ricordo di tempi migliori e meno pericolosi. E d’un tratto il giovane capo, dalla fronte alta, fa qualcosa che agli altri appare incomprensibile: stacca un pezzo di carne dal magro bottino e lo getta a terra. Può darsi che gli altri si arrabbino, dopotutto non vivono tanto nell’abbondanza da permettersi di seminare cibo nella steppa. Probabilmente neppure il giovane sa con chiarezza perché lo ha fatto; è un gesto dettato dal cuore, forse voleva avere gli sciacalli vicini a sé. Comunque sia, egli continua a deporre di tanto in tanto un pezzetto di cinghiale sul suo cammino. Si può capire come gli altri lo prendano per un cattivo scherzo e come il capo dell’orda riesca a fatica a sottrarsi all’ostilità dei compagni affamati.

Ma alla fine tutti si ritrovano seduti intomo al fuoco e, saziata la fame, la pace torna fra gli uomini adirati.

D’un tratto di nuovo l’urlo degli sciacalli. Le bestie hanno trovato i pezzi di carne e seguendo quella traccia si accostano al bivacco. Allora uno del gruppo alza gli occhi interrogativi sul capo, poi si leva e va a deporre delle ossa a una certa distanza, dove ancora giunge il riflesso del fuoco. Un evento memorabile: per la prima volta l’uomo ha nutrito di sua mano un animale che gli è utile.

Quella notte l’orda può dormire tranquilla perché gli sciacalli si aggirano intorno al bivacco, e gli sciacalli sono sentinelle fidate. Quando il sole si leva, l’orda umana è riposata, rinfrancata. Da quel giorno nessuno più getterà pietre contro uno sciacallo...

Anni e anni sono passati, molte generazioni si sono avvicendate. Gli sciacalli si sono fatti docili e non hanno più paura. In grandi branchi circondano i luoghi dove vivono gli uomini, che ora uccidono persino cervi e cavalli selvatici. Anche gli sciacalli, del resto, hanno mutato vita: mentre un tempo si aggiravano intomo agli accampamenti degli uomini solo di notte, e di giorno riposavano nascosti nel folto delle foreste, ora i più forti e intelligenti sono diventati animali diurni e seguono l’uomo cacciatore nelle sue scorribande alla ricerca di prede.

E così può essere un giorno accaduto che l’orda abbia rilevato le tracce di una cavalla selvatica, gravida, cui una freccia ha impedito di fuggire. I cacciatori sono molto eccitati, da tempo il cibo si è fatto scarso. Per questo anche gli sciacalli li seguono, più affamati che mai, giacché il più delle volte non rimane loro nulla del pasto degli uomini.

La giumenta, indebolita dal peso della maternità e dalla perdita di sangue, per sfuggire al cacciatore fa uso di un espediente antichissimo, innato alla sua specie: fa una ‘inversione’, vale a dire torna sui suoi passi per parecchi chilometri e poi, in una zona boscosa, abbandona la pista piegando decisamente a destra. Spesso questo trucco del tutto istintivo ha sottratto un animale al cacciatore. E anche ora. infatti, gli uomini si arrestano perplessi là dove sul duro terreno della steppa le orme sembrano finire all’improvviso.

Gli sciacalli seguono alla dovuta distanza, perche non si fidano ancora ad accostarsi troppo a quei cacciatori rumorosi ed eccitati. Essi del resto seguono le orme dell’uomo, non quelle della selvaggina. Ovviamente lo sciacallo non ha alcun interesse a seguire la tracce di un cavallo selvatico che non potrebbe mai rappresentare una preda per lui. Questi sciacalli però da tempo, ormai, prendono il cibo dall’uomo, che da loro alcune parti dei grossi animali uccisi; quell’odore ha quindi acquistato per loro un nuovo significato. In essi si è già stabilito un preciso nesso mentale fra una grossa traccia di sangue e la prospettiva imminente di una preda.

Oggi gli sciacalli sono particolarmente eccitati e affamati, la traccia di sangue è fresca, e un fatto del tutto nuovo si verifica nel rapporto tra l’uomo e le sue guardie del corpo. La vecchia bestia dal muso grigio, la più intelligente del branco, avverte ciò che agli uomini è sfuggito, cioè che la traccia si biforca. Così in quel punto il branco svolta di sua iniziativa, seguendo l’odore del sangue. Nel frattempo i cacciatori hanno capito che la preda è tornata indietro e hanno fatto anch’essi dietrofront; giunti alla biforcazione, sentono l’urlo degli sciacalli venire di lato e trovano presto le tracce che il branco ha lasciato nell’erba alta della steppa. E così, per la prima volta, si stabilisce l’ordine in cui l’uomo e il cane seguono la selvaggina: prima il cane, poi il cacciatore. Più rapidi dell’uomo gli sciacalli riescono a raggiungere la giumenta, a puntarla. Quando i cani ‘ puntano ‘ una grossa preda, il meccanismo psicologico dominante deve essere il seguente: l’animale inseguito, cervo, orso o verro, che fugge davanti all’uomo, ma che sarebbe indubbiamente disposto a dar battaglia al solo cane, nell’ira che prova vedendosi avvicinare da quel piccolo e sfacciato avversario, dimentica l’altro e ben più pericoloso inseguitore. Lo stanco cavallo selvatico, che conosce lo sciacallo dorato solo come un piccolo e vigliacco brontolone, si mette infuriato sulla difensiva e cerca di colpire con lo zoccolo anteriore quel nemico petulante che ha osato avvicinarsi troppo. Soffiando e ansimando, gira in tondo e scalcia, ma non pensa a riprendere la fuga. Gli uomini odono il baccano degli sciacalli, lo sentono venire sempre dallo stesso punto, e ora il capo dà il segnale, i cacciatori si dividono silenziosamente, gli uni da una parte, gli altri dall’altra, e accerchiano la preda. Per un momento pare quasi che gli sciacalli stiano per disperdersi, ma poiché nessuno li guarda, tornano a calmarsi. Ora la bestia che è a capo del branco ha perso ogni paura, abbaia furiosa verso la cavalla selvatica, e quando questa finalmente cade, colpita da una freccia, le affonda i denti avidi nella gola. Soltanto quando il capo dell’orda si china sull’animale ucciso, lo sciacallo si ritrae di qualche passo. Il capo dell’orda, forse un lontano discendente di quello che per primo lasciò agli sciacalli un pezzo della sua preda, squarcia il ventre ancora palpitante del grosso animale, ne strappa un pezzo di viscere, lo taglia e senza guardare lo sciacallo, con un comportamento di estrema intuitiva delicatezza, lo getta non direttamente alla bestia, ma un poco a lato di questa. La grigia sciacalla scappa un po’ impaurila, ma dato che l’uomo non fa alcun gesto minaccioso, al contrario, emette un suono amichevole che gli sciacalli già spesso hanno udito ai margini dei bivacchi, si getta impetuosamente sul boccone. E mentre svelta, già masticando, fa per ritrarsi con la preda fra i denti e lo sguardo ancora timoroso rivolto verso l’uomo, la sua coda comincia a muoversi in piccoli, rapidi colpi da destra a sinistra. Per la prima volta uno sciacallo ha scodinzolato davanti all’uomo; così si compiva un ulteriore passo verso la nascita del cane domestico.

Gli animali, persino quelli molto intelligenti come i predatori del tipo dei cani, non acquisiscono mai un modulo comportamentale del tutto nuovo grazie a un’ispirazione immediata, ma piuttosto grazie a nessi mentali associativi che si stabiliscono solo dopo il molteplice ripetersi di una situazione. Può darsi quindi che siano trascorsi mesi prima che quella sciacalla si sia ritrovata a precedere il cacciatore nell’inseguire le tracce di un animale ferito che faceva delle ‘ inversioni ‘. O forse fu soltanto un suo lontano discendente quello che cominciò a guidare consapevolmente e con regolarità il cacciatore, e a puntare la preda.

Pare che soltanto al passaggio fra il paleolitico e il neolitico l’uomo si sia fatto una dimora stabile. Le prime case che conosciamo sono quelle costruite a scopo difensivo sulle palafitte, nelle quiete acque dei laghi e dei fiumi, e anche nel Baltico. Sappiamo che a quel tempo il cane era già diventato un animale domestico. Il cosiddetto ‘ cane delle torbiere ‘, un cagnolino simile al pomerano, di cui si è trovato il cranio fra i reperti archeologici delle palafitte della regione baltica, rivela ancora chiaramente la discendenza dallo sciacallo dorato, ma non si devono trascurare anche i segni di un autentico processo di addomesticamento. Essenziale è che gli sciacalli dorati selvatici, che nel periodo pleistocenico dovevano essere indubbiamente assai più diffusi di oggi, già allora non esistevano più sulle rive del Baltico. L’uomo che si spingeva verso nord e verso occidente ha quindi probabilmente portato con sé, sulle coste del Baltico, branchi di sciacalli dorati già semiaddomesticati, che seguivano i suoi bivacchi, anzi forse già dei cani notevolmente domestici.

Quando l’uomo passò a costruirsi capanne su palafitte e si fabbricò anche la piroga, ciò condusse necessariamente anche a un mutamento nei rapporti fra lui e i suoi compagni a quattro zampe : questi infatti non potevano più vegliare sulla casa dell’uomo circondandola da ogni parte. Si deve supporre che l’uomo allora, proprio nel periodo in cui passò alle abitazioni su palafitte, abbia preso con sé degli esemplari particolarmente mansueti di sciacalli dorati non ancora addomesticati, ma abili cacciatori e come tali preziosi, e ne abbia fatto degli ‘ animali domestici ‘ nel vero senso del termine.

Ancora oggi, presso popolazioni diverse possiamo trovare tipi diversi di situazioni ‘canine ‘. Il più antico è quello caratterizzato dalla esistenza di un gran numero di cani che circondano l’insediamento umano pur restando in un rapporto relativamente poco stretto con l’uomo. Un altro tipo lo troviamo in qualsiasi villaggio europeo: sono cani che appartengono a una determinata casa e sono affezionati a un determinato padrone. Si può supporre che questo sia il tipo che si è evoluto nell’età delle palafitte. La ridotta quantità di animali che era possibile ospitare in una capanna su palafitte ha naturalmente favorito l’endogamia e, di conseguenza, quelle modificazioni ereditarie che hanno dato origine all’animale domestico vero e proprio. A sostegno di questa ipotesi stanno due fatti: in primo luogo, il cane delle torbiere, con il cranio più arcuato e il naso più corto, è indubbiamente una forma addomesticata dello sciacallo dorato; in secondo luogo, le ossa di questo tipo sono state ritrovate, si può dire esclusivamente, insieme con i resti dell’età delle palafitte. I cani degli abitanti delle palafitte dovevano essere abbastanza domestici da poter salire su una piroga oppure attraversare a nuoto lo specchio d’acqua che divideva l’abitazione dalla riva e arrampicarsi poi su per una passerella. Un cane paria per esempio, o un qualsiasi botolo semiselvatico che gironzola intomo a un accampamento, a nessun costo si arrischierebbe a fare ciò, e persino con un cucciolo del mio allevamento devo usare molta pazienza per convincerlo a salire la prima volta sulla mia canoa oppure a saltare sul predellino di un treno.

Probabilmente il cane era già domestico quando gli uomini cominciarono a vivere sulle palafitte, oppure lo è diventato nel corso di quel periodo. Si può immaginare che un giorno una donna, o una bambina che voleva ‘ giocare alla bambola ‘, abbia raccolto un cucciolo abbandonato e lo abbia allevato in seno alla famiglia umana. Forse quel cagnolino era l’unico sopravvissuto di una cucciolata caduta vittima di una tigre. Il cucciolo piangeva, ma nessuno si occupava di lui, poiché evidentemente la gente a quel tempo aveva ancora i nervi d’acciaio. Ma, mentre gli uomini erano occupati a cacciare nelle foreste e le donne erano intente alla pesca, una bimbetta seguì quel lamento e trovò in una grotta il cucciolo, che le venne incontro senza timore sulle zampette ancora incerte e cominciò a leccarle e a succhiarle le mani protese.

Quel batuffolo morbido e tondo ha certamente risvegliato, già nella figlia dell’uomo della prima età della pietra, l’impulso a prenderlo in braccio, a coccolarlo e a trascinarlo continuamente in giro con sé, non altrimenti di quanto accade a una bimba dei nostri giorni. Gli impulsi materni da cui nascono tali gesti sono infatti antichi come il mondo. E così la bimba dell’età della pietra, imitando all’inizio come per gioco ciò che ha visto fare dalle donne adulte, gli ha dato da mangiare, e l’avidità con cui la bestiola si è gettata sul cibo che le veniva offerto l’ha resa felice, come sono felici le nostre mogli e madri quando gli ospiti mostrano di gradire il loro cibo.

Insomma, la gioia è immensa e quando i genitori fanno ritorno trovano, sorpresi sì ma per nulla entusiasti, uno sciacallino più che sazio. Naturalmente il rude guerriero vuoi buttare subito in acqua la bestiola, ma la figlioletta piange e si aggrappa singhiozzando alle ginocchia del padre, che traballa e lascia cadere il cucciolo. Quando vuole riprenderlo, il piccolo è già di nuovo al sicuro nelle braccia della bambina, che se ne sta nell’angolo più oscuro della capanna, tutta tremante e con il faccino inondato di lacrime. E poiché anche i padri dell’età della pietra non hanno mai avuto un cuore di pietra con le loro figliolette, il cucciolo finisce col rimanere.

Grazie al buon nutrimento, esso diventa presto un bell’animale robusto e di grandezza superiore alla media. Mentre da principio ha seguito fedelmente a ogni passo la bambina con attaccamento infantile, una volta cresciuto si fa evidente nel suo comportamento una trasformazione. Sebbene il padre, capo della tribù, non si occupi affatto del cane, questo segue sempre di più l’uomo e non la bambina. È l’epoca in cui, se fosse cresciuto in libertà, si sarebbe staccato dalla madre. Fino allora la bambina ha avuto nella vita del cucciolo il ruolo materno, ora tocca al padre assumere quello del capo branco, l’unico a cui va la fedeltà e l’ubbidienza del cane selvatico adulto. Da principio l’uomo non sa che farsene di questo attaccamento, ma ben presto si avvede che l’animale completamente domestico è a caccia assai più utile degli sciacalli semiselvatici, che si aggirano sulla riva davanti al villaggio di palafitte, che temono ancora il cacciatore e spesso scappano proprio quando dovrebbero puntare e fermare la selvaggina. Ma anche con questa il cane domestico è più risoluto dei suoi fratelli selvatici; la vita nell’ambiente protetto della capanna lo ha fatto crescere al riparo da amare esperienze con animali più grossi. In breve tempo il cane diventa il favorito del capo, con gran dolore della bambina che riesce a vedere il suo compagno di giochi di un tempo soltanto quando il padre è a casa — e i padri dell’età della pietra stavano spesso lontani a lungo.

Ma in primavera, quando gli sciacalli fanno i piccoli, una sera l’uomo torna a casa con un sacco fatto di pelli in cui qualcosa si agita e squittisce. E quando lo apre... la bambina dà in grida di gioia, perché ai suoi piedi sono rotolati quattro lanosi batuffoli. Solo la madre rimane seria e pensa che anche due sarebbero bastati.

Chissà se tutto è andato veramente così? Nessuno di noi c’era, questo è vero, però, da tutto ciò che sappiamo, potrebbe proprio essere andata così. Ma sappiamo ben poco, inutile nasconderlo, non sappiamo neppure con assoluta certezza se è stato esclusivamente lo sciacallo dorato (canis aureus) ad accompagnarsi all’uomo come abbiamo raccontato. È persino assai probabile che in diversi luoghi della terra molte e differenti specie di sciacalli più grossi e con caratteri lupini siano diventati animali domestici in questa maniera o in qualche altra simile, e in seguito abbiano continuato a incrociarsi fra loro; così come si sa, del resto, che moltissimi animali domestici discendono da più di una specie selvaggia primitiva. L’unica cosa veramente certa è che il progenitore della maggior parte dei nostri cani non è il lupo nordico, come un tempo in generale si credeva. Ci sono, cioè, solo poche razze canine che, se non esclusivamente, almeno in gran parte hanno sangue lupino. Ma proprio queste, con le loro caratteristiche, ci offrono la prova migliore che le altre non discendono dal lupo nordico. Queste razze, non solo nell’aspetto realmente lupine, — i cani esquimesi, gli indiani, i samoiedi, le laike russe, il chowchow e pochi altri — vengono tutte dall’estremo nord. Nessuno, però, di questi cani è di puro sangue lupino. Si può supporre con sufficiente sicurezza che gli uomini, trasmigrando sempre più a nord, portassero con sé, già addomesticati, cani discendenti dallo sciacallo, dai quali poi, attraverso ripetuti incroci con animali di sangue lupino, sono nate le suddette razze. E sulle qualità psichiche dei cani di sangue lupino avrò ancora molto da raccontare!



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