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MessaggioInviato: 03/12/2008, 10:51 
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 Oggetto del messaggio: Lettera aperta sulla Psicologia animale
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Psicologia animale: problema deontologico e vuoto legislativo

di Gianni Tadolini

Alcuni recenti avvenimenti hanno messo in evidenza problematiche che, come psicologi, ci interessano molto da vicino e non possono più essere tralasciate a livello istituzionale. Tali avvenimenti rappresentano solamente l’epifenomeno di un disagio che riguarda un certo numero di colleghi che - per vari motivi, tra cui spesso la giovane età ed il timore di non essere presi seriamente in considerazione - non hanno ancora rese palesi le loro difficoltà.

Avendo personalmente alle spalle ormai trent’anni di professione ed avendo operato spesso nel settore della Psicologia Animale, soprattutto relativamente alla ricerca di modelli animali sperimentali per lo studio dei farmaci, sono stato stimolato a farmi portavoce del suddetto disagio.

L’ultimo degli avvenimenti citati è enucleabile da un carteggio apparso sulla rivista on-line “Professione Veterinaria” - n. 33/2008, n. 39/2008 - che viene pubblicata nel sito della ANMVI (Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani). In sintesi si critica e si condanna il comportamento professionale di una giovane (ma comunque nota a livello nazionale) psicologa di Firenze che si occupa a tempo pieno di “psicologia canina” fin dai tempi degli studi universitari. La competenza e la ricchezza curriculare della Dottoressa fiorentina sono sostanzialmente riconosciute, ma non sono ritenute prerogative sufficienti a giustificare la presunta “invasione di campo” che l’autore dell’ampio articolo (il Dott. Antonio Manfredi, medico veterinario) mette in evidenza. “Invasione” (è il termine che usa Manfredi) quindi di una psicologa nel contesto professionale del medico veterinario, fino alla configurazione del reato penale dell’esercizio abusivo della professione. Il fatto che la psicologa agisca molto più sul proprietario dell’animale che sull’animale stesso non attenua la virulenza degli strali lanciati contro la collega da coloro che si sono interessati, a vario titolo, al dibattito dalla parte dei veterinari.

Non voglio comunque soffermarmi ulteriormente sul singolo episodio - anche se non ne sottovaluto l’importanza - perché il discorso deve essere tradotto in un contesto più generale. E’ molto difficile sapere quanti psicologi si occupano professionalmente, oggi in Italia, di Psicologia Animale: a nostro avviso sono per ora alcune decine, ma la tendenza è certamente in salita, soprattutto perché la Psicologia Animale è terreno abbastanza naturale per molti giovani colleghi che provengono dall’indirizzo sperimentale, attivo presso diverse sedi universitaria delle Facoltà di Psicologia.

Personalmente, avendo collaborato solamente con Istituti di ricerca biomedica, sono venuto in contatto in prevalenza con psicologi che lavoravano con i roditori nella costruzione di modelli sperimentali di derivazione skinneriana, ma sono a conoscenza dell’esistenza di colleghi che si occupano di Pet Therapy e di tecniche comportamentiste con gli animali d’affezione. Anche l’addestramento cinofilo comincia ad interessare gli psicologi. Possiamo quindi riassumere nei sottoindicati filoni operativi le potenzialità d’impiego degli psicologi nell’ambito della Psicologia Animale:

- Psicologia Animale ai fini della sperimentazione biomedica,
- Psicologia Animale ai fini della Pet Therapy,
- Psicologia Animale ai fini della cura della relazione tra l’animale d’affezione ed il proprietario dell’animale stesso (di solito un cane o un gatto).

D’altra parte, da quando la psicologia scientifica è diventata disciplina autonoma dalla filosofia, gli psicologi hanno sempre utilizzati gli animali come soggetti sperimentali e le riflessioni che da tali osservazioni sono derivate hanno contribuito non poco a comprendere il comportamento e la psicopatologia dell’essere umano. La storia della psicologia, soprattutto del XX secolo, ce lo insegna: Edward Thorndike, Wolfgang Koherl, Ivan Pavlov, Frederick Skinner, Konrad Lorenz, Frederick Harlow, sono nomi che ci richiamano ad un patrimonio culturale di derivazione strettamente psicologica la cui appartenenza non può essere sottratta alla psicologia ed agli psicologi da nessun operatore che oggi, a diverso titolo, si occupi di animali.

A questo punto però si rende evidente in Italia un VUOTO LEGISLATIVO di notevoli dimensioni che istituzionalmente non può più essere trascurato. Infatti, né la Legge n. 56 del 18 febbraio 1989 sull’ordinamento della professione di psicologo, né il D.P.R. n. 328 del 5 giugno 2001, che modifica e perfeziona la precedente normativa, affrontano il problema della pratica della Psicologia Animale da parte dello psicologo. L’articolo 1 della Legge del 1989 parla di “attività di abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali ed alle comunità”, ma in parallelo vengono istituiti, presso le Facoltà di Psicologia percorsi didattici finalizzati all’acquisizione di tecniche sperimentali che possono presupporre l’utilizzo dell’animale. Nel 1992, quando il Ministero della Sanità stende una Legge Quadro che regolamenta la sperimentazione animale (Decreto Legislativo n. 116 del 27 gennaio 1992) non si pone il problema degli psicologi che già, in qualche caso, lavorano nei laboratori di ricerca. Ciò non avviene neppure col Decreto Ministeriale del 29 novembre 1995 (Gazzetta Ufficiale del 3 maggio 1996) che specificamente affronta il tema dell’idoneità dei titoli di studio abilitanti alla manipolazione degli animali da esperimento. D’altra parte tale legislazione compare in anni in cui il riconoscimento giuridico della figura dello psicologo e delle mansioni che gli competono sono ancora agli albori, per cui non fa meraviglia che non se ne faccia menzione nella normativa.

Dal 1995 ad oggi, tuttavia, nonostante la crescita esponenziale di operatori della sperimentazione biomedica provenienti dalle Facoltà di Psicologia, permane il vuoto legislativo. Alcuni psicologi sono addirittura collocati in posizioni di primo piano, partecipano a congressi internazionali e producono articoli sulle riviste di biomedicina più importanti del pianeta: solo per citare un esempio, la responsabile del Centre of Excellence on Biomedics for Artificial Olfaction, grande esperta di modelli animali, professore associato presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Padova, è una psicologa, appunto laureata in psicologia. Ma sembra che il legislatore non ne sia a conoscenza o non si voglia preoccupare di sanare posizioni che necessiterebbero invece di una precisa configurazione.

Il fine della presente lettera è quello di allertare l’Ordine Nazionale degli Psicologi affinché prenda in mano le redini di una situazione e di un dibattito che va ormai articolandosi in maniera troppo libera, mentre invece dovrebbe essere ricondotto e gestito all’interno di canali istituzionali. Non è sufficiente che compaiano articoli e pareri sulle riviste di veterinaria e non è sufficiente che i singoli colleghi si organizzino come possono per giustificare le loro professionalità nell’ambito della Psicologia Animale. Occorre che gli Ordini professionali (Psicologi, Veterinari, Biologi) si pongano ad un tavolo di studio e discussione capace di produrre una normativa che tenga veramente conto di tutte le posizioni attuali. Va da sé che il Decreto Ministeriale del 29 settembre 1995 è decrepito e superato e non può essere più in alcun modo punto di riferimento.

Mitt. – Dr. Gianni Tadolini
Associazione per lo Studio della Psicologia e delle Neuroscienze “G.M. Balzarini”

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